Confessio
Lettera aperta sulla ragione della speranza
Antonio, a Luca, fratello carissimo, e con lui a quanti, in questo comune consesso, cercano da sponde diverse il volto di Dio: grazia a voi e pace.
Mi si perdoni l’ardire di mutuare dagli antichi l’esordio epistolare: lo faccio per affetto verso un modello, quello delle lettere apostoliche, nel quale la confidenza rivolta a un amico e la destinazione comunitaria convivono senza contraddirsi, e ciò che segue, quantunque indirizzato a te, è scritto perché chiunque lo desideri possa leggerlo. Quanto al titolo, esso intende richiamare la confessio nel duplice senso che Agostino le conobbe, accusa di sé e lode di Dio, e insieme obbedire, per quanto mi è dato, al mandato dell’apostolo Pietro, che ci vuole pronti a «render ragione della speranza che è in noi» (cfr. 1 Pt 3,15).
Tracciare un quadro della mia religiosità e del cammino della mia fede è impresa tutt’altro che semplice: per condurla a compimento dovrei scrivere pagine e pagine, ripercorrendo esperienze, incontri, dubbi, allontanamenti, ritorni e riflessioni maturate nell’arco di molti anni; dovrei attraversare di nuovo, per dirla con Agostino, «i campi e i vasti palazzi della memoria» (Conf. X,8,12). Mi sforzerò dunque di essere quanto più possibile sintetico, pur sapendo che ogni sintesi esige rinunce: alcuni aspetti resteranno fuori, altri usciranno approssimati. Le lacune mi preoccupano poco, poiché avremo sempre modo di colmarle in seguito; le approssimazioni, invece, possono generare fraintendimenti. Ti chiedo perciò, e chiedo a chi legge, di accogliere queste pagine come una prima esposizione del mio percorso, piuttosto che come una formulazione definitiva e sistematica di tutto ciò che penso.
Giova anzitutto chiarire che credente lo sono stato in modi assai diversi fra loro, e talvolta persino opposti: la mia vita spirituale ha conosciuto stagioni che poco si somigliano.
Fui allevato soprattutto da mia nonna, donna profondamente credente e cattolica, aliena però da ogni bigottismo. Fin da quando ero molto piccolo mi leggeva la Bibbia e mi invitava a riflettere sui precetti cristiani; ciò che Monica fu per Agostino, ella, fatte le debite proporzioni e senza che io ardisca paragoni che non mi spettano, volle essere per me. La mia educazione si svolse poi in ambienti cattolici: frequentai scuole cattoliche fin dall’asilo delle suore e, in seguito, il catechismo.
Ebbi però la fortuna di incontrare un sacerdote che era ben altro che un parroco intento a trasmettere formule da mandare a memoria: era un teologo e un profondo conoscitore delle Scritture, il quale, anziché ammaestrarci dall’alto di un pulpito, ci conduceva a meditare sui passi biblici, adoperandosi affinché ne cogliessimo il significato profondo.
Col passare degli anni mi sono reso conto di quanto quella formazione sia stata preziosa. Raramente ho ritrovato la stessa profondità negli insegnamenti impartiti oggi ai giovani nelle parrocchie; ho spesso l’impressione che taluni fondamenti del cristianesimo abbiano cessato di essere insegnati, o vengano presentati in forma semplificata e persino deformata. Penso, per fare un esempio, alla natura divina di Cristo: molti giovani sanno che Gesù è il Figlio di Dio nato a Betlemme, ma ignorano pressoché del tutto che cosa significhi affermare che Cristo è il Λόγος del prologo giovanneo (cfr. Gv 1,1), «nato dal Padre prima di tutti i secoli», come professa il Simbolo niceno-costantinopolitano. Allo stesso modo la resurrezione viene talvolta ridotta a una vaga sopravvivenza spirituale, come se Cristo fosse risorto soltanto nell’anima; quasi che l’apostolo avesse ammonito invano: «se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1 Cor 15,17). Su questo punto mi guardo dal dilungarmi, poiché meriterebbe una riflessione a sé stante; mi limito a ricordare che persino mio figlio, al termine di una lunga catechesi in chiesa, era rimasto digiuno di quelli che, a mio giudizio, costituiscono i fondamenti effettivi del cristianesimo. Per questo continuo a essere grato a quel sacerdote e, ancora una volta, a mia nonna, la quale volle indirizzarmi da lui benché la sua parrocchia fosse piuttosto lontana da casa nostra.
Proprio in quel periodo ebbi anche il primo contatto con il mondo evangelico, per il tramite di un gruppo ecumenico locale nel quale cattolici ed evangelici partecipavano insieme a incontri di preghiera. Quell’esperienza mi colpì favorevolmente: apprezzai molto la serietà con cui gli evangelici si dedicavano allo studio della Scrittura e rimasi sorpreso nel constatare quanto, sotto questo riguardo, fossero spesso più preparati e più assidui di molti cattolici. Alcuni tratti della loro sensibilità religiosa mi lasciavano nondimeno perplesso, e in primis il rifiuto totale delle immagini sacre. Le ragioni di quella posizione mi furono spiegate, e credo di averle comprese; seguitavo tuttavia a pensare che un’immagine non costituisca di necessità un atto di idolatria. Il crocifisso, agli occhi miei, è ben altro che un idolo dinanzi al quale prostrarsi come dinanzi a una divinità: può essere, piuttosto, un’immagine che richiama alla memoria Cristo, il suo sacrificio e il significato della croce, così da favorire la meditazione. Comprendo, beninteso, il rischio dell’idolatria, e comprendo altresì il rigore evangelico su questo tema; mai però ho ritenuto che la sola presenza di un’immagine debba senz’altro identificarsi con l’idolatria.
Intorno ai tredici anni attraversai un primo, breve periodo di dubbio e di crisi religiosa: cominciai a porre in discussione alcune delle verità che avevo appreso e provai a osservarle da una prospettiva differente, forse più relativistica. Quella fase durò soltanto alcuni mesi. Alle scuole superiori incontrai un professore di religione il quale, in certo senso, seppe rimotivarmi e ricondurmi verso una fede cristiana che percepivo come più essenziale e più pura, sgombrata da molte credenze accessorie che mi trascinavo dietro da tempo. Era un insegnante di ampie vedute, di ortodossia forse imperfetta a misurarla con i criteri più rigidi; in quel momento, però, avevo bisogno precisamente di una figura siffatta, poiché una posizione più rigida avrebbe forse sortito l’effetto opposto e avrebbe potuto allontanarmi definitivamente dalla fede.
La crisi vera giunse qualche anno dopo, intorno ai sedici. In quel tempo ero persuaso di aver perduto interamente la fede: in Dio più non credevo e l’intero edificio religioso mi appariva come alcunché di irrazionale. Mi accostai a una forma di materialismo radicale e, sul piano politico, al marxismo, accogliendo con ciò anche l’idea della religione quale «oppio dei popoli», sovrastruttura prodotta da determinate condizioni materiali e sociali. Nel frattempo avevo cambiato scuola e città: lasciata la Puglia, vivevo a Venezia.
Di quegli anni ricordo con grande nitidezza un dialogo con il mio nuovo professore di religione. Gli domandai: «Come si fa ad avere fede?». La sua risposta fu semplice: «La fede è un dono di Dio». Io ribattei all’istante: «Bene, allora io questo dono non l’ho ricevuto e non posso farci nulla. Finché non lo riceverò, non serve continuare a discutere: sarò ateo».
E ateo lo fui davvero. Rifiutavo ogni forma di religione e di spiritualità, e lo facevo servendomi di argomenti filosofici e di ragionamenti logici che mi parevano solidi e determinanti. Per certi riguardi ragionavo esattamente come molti degli atei con i quali, a quanto leggo, ti trovi oggi a disputare su Facebook. Proprio per questo credo che saprei dialogare con loro e comprenderne dall’interno il modo di pensare: sono passato attraverso le medesime convinzioni, conosco molte delle loro obiezioni e so come le loro argomentazioni vengono costruite; un poco come Agostino, il quale, per essere stato a lungo fra i manichei, poté in seguito parlarne con una cognizione che nessun libro gli avrebbe procurato. Anche questo è un tema che potremo approfondire in altra occasione; per ora ti chiedo soltanto di tenerlo presente.
A riavvicinarmi alla dimensione religiosa fu un caro amico, cristiano cattolico, il quale si guardò bene dal propormi immediatamente argomenti cristiani in senso stretto: mi invitò piuttosto ad accostarmi alla spiritualità in un senso più ampio. Per suo tramite presi a interessarmi al buddismo, allo gnosticismo, all’induismo, alla mistica islamica e ad altre tradizioni spirituali, cercando poi di rintracciarne i possibili legami con il cristianesimo. Quell’incontro fu determinante. Senza l’intervento di quell’amico, forse sarei rimasto ateo.
Oggi penso che Dio si sia servito di lui, e persino di quelle dottrine, per ricondurmi gradualmente alla dimensione della fede; come dei libri dei platonici Agostino confessa che lo ammonirono a rientrare in sé stesso (cfr. Conf. VII,10,16), così credo che la Provvidenza sappia adoperare strumenti in apparenza a lei estranei. È anche per questo che mi riesce difficile liquidare in maniera semplicistica tutte le spiritualità alternative come se fossero soltanto negative: nel mio caso, per quelle vie feci ritorno a Dio; al Dio vivo e vero (cfr. 1 Ts 1,9), intendo, anziché a un dio astratto e indeterminato.
Debbo però precisare un punto di rilievo: affermo che la grazia ha operato anche attraverso un itinerario insidiato dallo gnosticismo e dal relativismo, anziché sostenere che il passaggio per quelle dottrine abbia prodotto da sé, quasi meccanicamente, la mia riconversione. Fui fortunato, o forse dovrei dire piuttosto che fui preservato. Oggi so bene quanto quelle strade siano lontane dal cristianesimo e quanto, ove le si percorra senza comprenderle e senza governarle, possano agire in direzione contraria, allontanando dalla fede anziché ricondurvi: è possibile, ammonisce ancora Agostino, scorgere da un’altura la patria della pace e tuttavia smarrire la via che vi conduce (cfr. Conf. VII,21,27). Anche questo è un argomento che meriterebbe un confronto specifico, e che potremo riprendere, se ne avremo occasione, in altri scritti.
Proseguendo nella mia storia giungiamo agli anni dell’università, a Padova. Il Veneto mi appariva allora come una terra segnata da una singolare contraddizione: per un verso profondamente religiosa, talvolta persino bigotta; per l’altro incline alla blasfemia, alla dissacrazione e a una certa ostentata irriverenza. Un mio caro amico soleva dire, celiando, che «i Veneti, come gli Spagnoli, o sono molto religiosi o molto perversi»; riporto la battuta soltanto come memoria di quel periodo, senza intenzione alcuna di generalizzare o di recare offesa ad alcuno.
Negli anni universitari, fra serate frivole, discussioni leggere e il clima goliardico proprio di quella stagione della vita, mi allontanai nuovamente dalla pratica religiosa. Si trattò, questa volta, di una forma di anticlericalismo accompagnata dal gusto provocatorio della dissacrazione, piuttosto che di ateismo propriamente detto. Fu una fase relativamente breve; ma vi fu, e sarebbe vano rimuoverla o fingere che mai sia esistita, giacché chi confessa deve la verità intera, anche là dove essa lo mortifica. In seguito, attraversando alcuni momenti difficili, tornai sui miei passi e recuperai una dimensione religiosa più consapevole.
A questo punto si colloca un altro episodio significativo: l’incontro con i Testimoni di Geova. Li frequentai per un certo periodo, pur senza mai aderire al loro movimento: ne ricusavo alcuni precetti che giudicavo profondamente anticristiani, ma ascoltavo con interesse e persino con piacere le letture bibliche che proponevano; in quel momento, ciò mi bastava. Tutt’altro che spettatore passivo, intervenivo nelle discussioni e, quando dissentivo dalle loro interpretazioni, li contraddicevo apertamente; e confesso, con una punta di vanagloria che il genere stesso della confessio mi impone di denunciare, che in diverse occasioni riuscii ad avere la meglio proprio sul terreno dell’interpretazione dei passi evangelici, con citazioni bibliche talvolta così puntuali da lasciarli sorpresi e persino sbigottiti.
Ai Testimoni di Geova devo nondimeno riconoscere un merito: furono i primi a spingermi a riflettere con serietà sul concetto di Regno di Dio. Essi lo interpretavano, beninteso, secondo la loro particolare dottrina, che io ricusavo; tuttavia, pur avendo già letto Agostino, mai mi ero soffermato in modo veramente personale e profondo sul significato del Regno, e questa sollecitazione, per onestà, riconosco di averla ricevuta da loro. Dopo quel breve periodo decisi di interrompere la frequentazione.
Nel frattempo avevo portato a termine gli studi e concluso le mie prime collaborazioni con l’Università di Padova; per varie ragioni scelsi dunque di lasciare il Veneto e di fare ritorno nella mia terra natale, a Gravina in Puglia. Siamo ormai, cronologicamente, nei primi anni di questo secolo.
Da quel tempo fino a oggi la mia fede è rimasta sostanzialmente stabile, senza per questo restare immobile: si è trasformata, è maturata e, credo, è cresciuta.
Ritengo di vivere una dimensione assai personale del cristianesimo. Per un verso, le mie origini cattoliche sono lungi dall’essere rinnegate: seguito, a modo mio, a considerare validi molti dogmi cattolici, sia pure con alcune riserve e con interpretazioni che non sempre coincidono perfettamente con quelle ufficiali; anche questo, naturalmente, richiederebbe una riflessione separata. Per l’altro verso, per ragioni legate anche al mio lavoro, ho approfondito la conoscenza dei classici greci e latini e dei filosofi antichi e medievali. Contrariamente a quanto pensano alcuni nostri comuni amici, considero tutt’altro che anticristiani questi autori e queste tradizioni; ritengo anzi che la mia fede sia oggi più radicata anche in grazia del sostegno ricevuto da tali studi. La classicità e il culto delle humanae litterae mi paiono, più che semplicemente compatibili con il cristianesimo, propedeutici a una conoscenza più profonda e genuina del pensiero cristiano: senza la filosofia antica, la cultura classica e la riflessione medievale, una parte consistente della stessa elaborazione teologica cristiana risulterebbe di ardua comprensione. Del resto fu l’apostolo medesimo, sull’Areopago, a farsi incontro ai Greci citandone i poeti (cfr. At 17,28); e Agostino volle che l’oro degli Egizi, ovunque rinvenuto, fosse rivendicato all’uso di Dio (cfr. De doctrina christiana II,40,60).
Nel frattempo ho studiato per la prima volta in maniera veramente seria Lutero, Calvino e, più in generale, il cristianesimo riformato. In quel mondo ho trovato ben più che alcuni punti genericamente condivisibili: vi ho incontrato aspetti che ho progressivamente fatto miei e che mi hanno condotto a rivedere diverse posizioni assunte in precedenza. Mi riferisco, in particolare, al ruolo della grazia e al principio della sola fide, temi sui quali la riflessione riformata ha inciso profondamente nel mio modo di comprendere la salvezza e il rapporto dell’uomo con Dio. E qui mi sia concesso di chiudere un cerchio apertosi molti anni prima: quella risposta del mio professore veneziano, «la fede è un dono di Dio», che a sedici anni mi era parsa una porta che si chiudeva, riletta alla luce dell’apostolo mi si è rivelata col tempo la porta stessa della speranza, poiché «per grazia siete stati salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi: è dono di Dio» (cfr. Ef 2,8). Il dono che allora credevo negato mi veniva in verità consegnato per gradi, attraverso volti, libri e persino deviazioni.
Su altri aspetti rimango invece maggiormente legato al cattolicesimo: penso soprattutto al ruolo della tradizione, che cerco, per quanto possibile, di far convivere con la centralità della Scrittura. So bene che proprio il rapporto fra Scrittura e tradizione costituisce uno dei punti più delicati del confronto fra cattolicesimo e protestantesimo; lungi da me la pretesa di averlo risolto in poche formule. Posso soltanto dire che, nel mio percorso, né sono riuscito a rinunciare alla centralità della Scrittura, né a giudicare irrilevante l’intera tradizione attraverso la quale la Chiesa ha letto, custodito e trasmesso quella stessa Scrittura. Quanto ai sacramenti, il discorso sarebbe ancor più lungo e complesso; preferisco perciò lasciare aperto anche questo tema, del quale potremo ragionare in futuro, pubblicamente o privatamente, qualora possa interessare anche gli altri.
Giungiamo infine a un incontro più recente del mio cammino: quello avvenuto in rete con Giorgio Modolo e, per suo tramite, con te, Luca, e con la Ricostruzione Cristiana. Il mio pensiero diverge da quello di Giorgio su numerosi punti; sarebbe però ingiusto tacere quanto l’incontro con lui sia stato costruttivo e formativo. In particolare, Giorgio mi ha aiutato a riflettere in maniera più concreta sul ruolo del cristiano nella costruzione terrena del Regno di Dio. Il concetto mi giungeva tutt’altro che nuovo: si tratta di un’idea presente già nel primo cristianesimo, che avevo incontrato e approfondito anche attraverso la lettura di Agostino; né mi era estranea la persuasione che la fede riguardi ben più della sola salvezza individuale o di una realtà interamente proiettata nell’aldilà. Grazie al confronto con Giorgio ho nondimeno compreso con maggiore chiarezza come una simile concezione possa e debba essere attualizzata, e ho riflettuto più a fondo sulla responsabilità concreta del cristiano nella storia, nella società e nella costruzione di istituzioni, relazioni e forme di vita orientate, per quanto è umanamente possibile, alla giustizia di Dio; siamo infatti, secondo la parola dell’apostolo, συνεργοὶ θεοῦ, «collaboratori di Dio» (1 Cor 3,9), chiamati a cercare anzitutto il Regno e la sua giustizia.
Questa, narrata per grandi linee, è la mia storia; ed è soltanto un punto di partenza per chi desideri conoscermi meglio. Vuole essere, piuttosto che una professione di fede sistematica o una ricostruzione esaustiva di tutto ciò che ho vissuto e pensato, il tentativo di mostrare come la mia fede si sia formata attraverso esperienze fra loro assai differenti: l’educazione cattolica, l’incontro con gli evangelici, il dubbio, l’ateismo, il materialismo, le spiritualità orientali ed esoteriche, il ritorno al cristianesimo, il confronto con i Testimoni di Geova, lo studio della cultura classica, l’approfondimento della Riforma e, da ultimo, l’incontro con la Ricostruzione Cristiana.
Il discorso più interessante, con ogni probabilità, resta però un altro: sarà tutto ciò che potrà seguirne. Ho lasciato di proposito in sospeso numerosi argomenti: il rapporto fra fede e ragione; il dialogo con l’ateismo; il valore e i pericoli delle spiritualità alternative; la natura di Cristo; la resurrezione; il rapporto fra Scrittura e tradizione; il ruolo della grazia; la sola fide; i sacramenti; il significato del Regno di Dio; la responsabilità storica e sociale del cristiano.
La mia speranza è che questo scritto possa segnare l’inizio di un confronto sincero, nel quale le differenze né vengano nascoste né si mutino automaticamente in ostacoli; credo infatti che ci si possa comprendere davvero soltanto quando si abbia il coraggio di raccontare tanto ciò in cui oggi si crede quanto le strade, talvolta tortuose, per le quali si è giunti a crederlo. Del resto sta scritto che le vie tortuose saranno raddrizzate (cfr. Is 40,4; Lc 3,5); e il cuore dell’uomo, che Agostino confessò inquieto finché non riposi in Dio (cfr. Conf. I,1,1), proprio percorrendole impara talvolta dove abiti il suo riposo.
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi.
Antonio