Pedagogie visionarie
Un concorso pubblico che si rivela uno stadio gremito. Due prove attendono chi scende nell’arena. Cronaca di un sogno.
Partecipare a un concorso pubblico mi era parsa, sulle prime, un’esperienza civile fra le tante: una prova ordinaria, un’occasione per mettersi in gioco. Quando però vi giunsi, m’avvidi che tutto aveva preso una piega singolare: né banchi, né moduli da compilare, né traccia di personale amministrativo. Al loro posto si apriva uno stadio, immenso e gremito, sulle cui gradinate sedevano milioni di persone; al centro, nell’arena, stavano i candidati, gladiatori del sapere. Un presentatore in toga leggeva i nomi ad alta voce, come in un’estrazione a sorte. Attesi col fiato sospeso che risuonasse il mio; risuonarono quelli degli altri; io rimasi sugli spalti, confuso nella folla indistinta.
Eppure quel lavoro mi chiamava: insegnare, trasmettere e far fiorire le menti.
Quando un giovane candidato fu chiamato e gli venne consegnata una colonnina di alabastro, la folla tacque: quell’oggetto era l’emblema del maestro. Il ragazzo la sollevò con gesto teatrale, quasi fosse uno scettro, e la puntò contro un alunno immaginario: «Recitami i paradigmi greci!». La sua voce cadde dura, come una sentenza.
Scossi il capo: qualcosa, dentro, protestava. Udii allora, lontane ma nitide, le voci di mia nonna e delle zie, da tempo scomparse, che mi esortavano, quasi sospingendomi con le mani: «Fatti valere! Intervieni!».
Scesi dunque nell’arena e mi feci innanzi alla commissione: giovani donne in abiti retrò, fra le quali una, dal caschetto biondo e dal vestito anni Sessanta, mi rivolse lo sguardo.
«C’è un altro modo», dissi.
«Ah sì?», chiese lei, con tono ironico.
Presi la colonnina dalle mani del ragazzo, la posai a terra e le impressi una rotazione lenta, come a una lancetta in cerca della propria ora. «Si lasci al caso il compito di interrogare, anziché costringere il discente a rispondere per comando: quando la lancetta si arresta, quello sarà il tempo verbale da spiegare. Il paradigma si evoca, non si impone».
Per un istante vi fu silenzio; poi la commissione esplose in un applauso.
«Bravo! Bravo!», gridarono.
«Ma visto che sei così bravo», soggiunse la donna bionda, «vediamo come risolvi il prossimo caso didattico».
Apparve allora una figurina, un piccolo pupazzo di plastica: un maialino che tirava un calesse; a legarli era il solo stelo verde di una spiga. Sul calesse sedeva un uomo devoto, intento ad adorare strani simboli color sangue, tracciati nell’aria.
«Il nostro credo non ammette l’adorazione dei segni», disse la donna. «È un vituperio! Peccato gravissimo!». E senza concedermi respiro: «Se vuoi salvare il maialino e impedire che il calesse si rovesci, devi trovare una soluzione. Subito».
Mi fermai; sorrisi con dolcezza.
«Non condivido la premessa».
«Come osi?», tuonò lei.
«La nostra è una religione dei signa», puntualizzai. «Lo dice Agostino: il lignum crucis è segno e realtà insieme. E la Scrittura stessa è intessuta di segni, che domandano d’essere interpretati e non distrutti».
La donna si morse le labbra; il pubblico trattenne il fiato; il maialino, per un attimo, barcollò. Poi, lentamente, il calesse riprese il suo cammino, silenzioso e diritto.
Nessuno si rovesciò.