Gli ultimi versi di Dante

Pare siano stati ritrovati gli ultimi versi della Divina Commedia: diciotto endecasillabi in cui Dante si risveglia a casa propria e scopre che il viaggio nei tre regni è stato tutto un sogno. La notizia è sotto embargo: la condivido soltanto con i lettori iscritti al blog.

Condividi
Gli ultimi versi di Dante

Ci sono notizie che imporrebbero la conferenza stampa, il comunicato solenne, la prima pagina dei quotidiani, e ce ne sono altre che, per la loro stessa enormità, consigliano il riserbo. Questa appartiene alla seconda specie. La confido dunque soltanto a voi, lettori iscritti a questo blog, con la preghiera di custodirla come si custodisce un segreto di famiglia: pare siano stati rinvenuti gli ultimi versi, quelli davvero conclusivi, della Divina Commedia.

Racconto le cose come mi sono accadute. Qualche settimana fa un bibliotecario di mia conoscenza, in servizio presso la biblioteca capitolare di una cittadina appenninica il cui nome mi è stato chiesto di tacere, mi ha convocato con una telefonata reticente, di quelle in cui si dice tutto tranne l’essenziale. Nel corso del restauro di un incunabolo, sfoderandone la legatura, era affiorato un bifoglio membranaceo di mano tardotrecentesca: diciotto endecasillabi in terza rima, vergati in un inchiostro bruno ormai stanco, sormontati da una rubrica che il tempo ha quasi divorato ma nella quale si legge ancora, con qualche sforzo di lampada e di fede, «Qui finisce la Comedìa».

Il contenuto, lo dico subito, è di quelli che tolgono il sonno... ed è appunto di sonno che si tratta. Nei versi Dante si risveglia, leva gli occhi, riconosce le mura della propria casa e comprende che il viaggio nei tre regni è stato, dal primo all’ultimo passo, un sogno. Il poeta si ritrova «sovra le piume», giacché il volgare del Trecento ignorava per sua fortuna il divano, ma la sostanza rimane quella: selva, voragine, montagna e rose celesti ricondotti, d’un colpo, a una dormita pomeridiana. Il cuore, anziché smarrirsi, ride e la chiusa consegna la «navicella» a un porto assai più domestico di quello che i commentatori si erano figurati per sette secoli.

Gli indizi a favore dell’autenticità, dirà il lettore malizioso, sembrano quasi troppi. La terza rima scorre senza inciampi; la dieresi di «vïaggio» è da manuale; la «navicella» dell’ultimo verso richiama con sfrontata evidenza quella «del mio ingegno» che apre il Purgatorio. Ho interpellato riservatamente due dantisti di mia fiducia: il primo ha riso per un quarto d’ora buono, il secondo mi ha pregato di richiamarlo ad aprile, possibilmente il giorno primo del mese. Segnali, entrambi, che interpreto come un incoraggiamento.

Al momento, dunque, la notizia resta sotto il più rigoroso embargo. Le accademie tacciono perché nulla sanno; le soprintendenze nemmeno sospettano; il bifoglio riposa dove riposava. Io, dal canto mio, mi limito a condividere la trascrizione in anteprima assoluta con voi che vi siete iscritti al blog: privilegio modesto, se si vuole, ma pur sempre superiore a quello di qualunque cattedra di filologia dantesca.

Eccoli dunque, i versi, quali li ho ricopiati:

Ma poi che li occhi miei furon levati,
vidi le mura de la casa mia:
sogno era il tutto e i regni eran passati.

Rise lo core a tanta fantasia:
«Or ecco si palesi il sonno corto;
non mi bisogna più cercare via».

Così da tal vïaggio sanza torto
sovra le piume mi trovai giacendo,
tornato al dolce albergo, mio conforto.

Di stella in stella sempre più salendo
poscia che dal lettuccio mi partii
vidi quei mondi che ora sogno intendo.

Qual maraviglia! Pur così finii
quell’alta sorte de li spirti umani,
e pure anime triste e i lor disii

parve ch’i’ vidi nei mondi lontani,
ma, desto, il cor de l’ombre fu sì accorto.
La navicella torna al grato porto.

La navicella, come si vede, torna al grato porto. Con essa, temo, salpa per sempre la mia reputazione di filologo.