La Torta Adele

Una torta decorata, una ricetta donata e un nome nuovo: la storia della Torta Adele, fra ricordo familiare e filosofia, racconta che cosa protegge davvero il diritto d’autore e quanto di nostro ci sia in ciò che creiamo.

Condividi
La Torta Adele

Che cosa protegge, esattamente, il diritto d’autore: l’idea, la forma o soltanto il nome? E fino a che punto un’opera può dirsi nostra, se ogni opera nasce da altre opere, ogni ricetta da altre ricette, ogni pensiero da pensieri altrui? Su queste domande i giuristi hanno edificato biblioteche; a me pare tuttavia che simili quesiti si lascino illuminare meglio da una storia di famiglia che da un trattato. Eccone una, risalente a una domenica lontana, quando il copyright, nel condominio della mia infanzia, sapeva di pan brioche e di verdure sott’aceto.

Tornati da messa, prima di risalire al nostro appartamento, nonna volle fermarsi qualche piano più in basso, ove abitava la signora Bianchi, moglie di don Vito: proprietario terriero, amministratore dello stabile e, per tutti noi, il capo-condomino per antonomasia, figura autorevole e veneranda che incuteva timore al solo sentirla nominare. «Fai i capricci? Potrebbe sentirti don Vito»; «Non vuoi lavare i capelli? Ora sale don Vito». E la minaccia veniva accompagnata da una percussione delle nocche sul tavolo, che rendeva a meraviglia l’incedere cadenzato dell’uomo nell’androne. Il buon don Vito, in vita sua, mai aveva fatto male a una mosca; noi però lo temevamo come si teme il lupo, con la differenza che il lupo nero delle fiabe vive soltanto nella fantasia, mentre il don lo incontravamo ogni giorno per le scale.

La signora Adele ci accolse con tutta la gentilezza e la cortesia proprie del suo ceto e della sua persona e, condottici in cucina, ci mostrò la sua ultima creazione. Gli occhi mi si spalancarono davanti a tanta meraviglia cromatica, della quale ancora ignoravo la natura. Sembrava un pan di Spagna sul quale giacessero tutte le forme e tutti i colori dell’universo: triangoli, quadrati, cerchi, ellissi, spirali, a loro volta gialli, rossi, bianchi, verdi; un giardino variopinto. Si trattava, in verità, di un pan brioche rustico piuttosto che di un pan di Spagna; i prodigi della superficie erano ottenuti con ritagli di sottiletta, quanto al bianco, e con ritagli di verdure sott’olio e sott’aceto, quanto al resto della tavolozza.

«Si chiama Torta Adele», disse la signora, «è una mia invenzione e vi ho apposto il mio nome». Io guardavo estasiato e la signora fece per offrirmene una fetta, ma nonna la fermò in tempo: «No, signora: ancora dovete farla assaggiare a don Vito. Oggi è domenica: apritela a tavola, poi mandate su un pezzo per Tonino, magari insieme alla ricetta». In ascensore brontolavo, ma nonna tagliò corto: «Tonino, quella la deve aprire col marito. Non insistere: della cortesia della gente non si abusa mai».

Durante il pranzo domenicale sentimmo bussare alla porta: era Rina, la figlia della signora, che recava una fetta più che abbondante di Torta Adele e un biglietto con la ricetta autografa. La domenica successiva nonna volle rifarla, seguendo fedelmente la ricetta; ma, tagliato orizzontalmente l’impasto, lo arricchì di ben due strati di mortadella.

Quella domenica fu la signora Bianchi a restituirci la visita e subito, adocchiato ciò che riposava nella teglia, esclamò: «Vedo che avete preparato la Torta Adele!».

Al che nonna, serafica, rispose: «Ma no, signora: questa è la Torta Bronzini».

«Ma no, è la Torta Adele!», insisteva la signora.

«Somiglia alla Torta Adele», pontificò nonna, «ma è una pizza rustica alla mortadella, che io ho battezzato Torta Bronzini. Ah, certo: in superficie ho aggiunto qualche decorazione ispirata a quelle della Torta Adele, se non vi dispiace, ma la caratteristica principale di questo rustico sta tutta nella mortadella».

Quella sera stessa una fetta di Torta Bronzini scese i piani, per mano mia, fino alla porta dei Bianchi, accompagnata dalla ricetta: la ricetta della signora Adele, si capisce, con la variante della mortadella annotata a margine.

Chi avesse ragione, quella domenica, lo lascio volentieri giudicare al lettore; a me preme il punto di diritto. Che cosa possedeva, esattamente, la signora Adele? La legge, qui, riserva una sorpresa: il diritto d’autore protegge la forma espressiva di un’opera, mai l’idea né il procedimento; una ricetta, in quanto elenco di ingredienti e sequenza di gesti, appartiene al regno delle idee. Proteggibile era semmai il biglietto autografo, con la sua veste letteraria; la torta, no. Quanto al nome, esso pertiene piuttosto alla categoria del marchio, ove peraltro la sorte dei più fortunati è di scivolare nel lessico comune, come accadde proprio alla sottiletta che imbiancava i decori della signora. Sicché il gesto giuridicamente più accorto dell’intera vicenda resta quello di nonna: trasformare, rinominare e dichiarare il debito.

Se poi dal diritto si sale alla filosofia, la domanda si fa vertiginosa: fino a che punto una creazione può dirsi nostra? Nihil sub sole novum, ammonisce il Qoèlet (Qo 1, 10): ogni opera rielabora opere anteriori, come ogni torta rielabora torte anteriori. Seneca, volendo istruire Lucilio sull’arte di leggere e di scrivere, additava le api, che suggono da molti fiori e ne traggono un miele dal sapore proprio: apes debemus imitari[1]. Che altro aveva fatto nonna, se non bottinare sul fiore del piano di sotto?

Il Medioevo, che pure ignorava il copyright, possedeva in materia una tassonomia più fine della nostra. San Bonaventura, sulle soglie del suo commento alle Sentenze, distingueva quattro maniere di fare un libro: lo scriptor, che copia parole altrui senza mutarne alcuna; il compilator, che le assembla senza aggiungervi nulla di proprio; il commentator, che alle parole altrui, rimaste principali, annette le proprie a scopo di chiarimento; e infine l’auctor, che scrive parole proprie come principali e vi annette le altrui a conferma[2]. Misurata su questa scala, nonna esce a testa alta: nella Torta Bronzini la mortadella sta tamquam principalia, i decori della signora Adele tamquam annexa ad confirmationem. Autrice, dunque, ella era, nel senso più pieno e bonaventuriano del termine.

C’è però il rovescio della medaglia, ed è il destino di chi divulga. Nel momento in cui la ricetta autografa salì le scale insieme alla fetta, l’opera uscì per sempre dalle mani della sua autrice: un’idea, una volta comunicata, diventa, come oggi si direbbe, open source; germina dove cade e appartiene a chiunque la coltivi. Che cosa resta, allora, ad Adele? Le resta ciò che nessuna divulgazione può alienare: la paternità, o qui piuttosto la maternità, dell’opera. Lo sa perfino il legislatore, che fra le aridità dei codici custodisce un principio quasi poetico: i diritti economici si cedono, si vendono e si prescrivono; il diritto di essere riconosciuti autori è inalienabile e non conosce tramonto. Nonna, pur senza consultare i codici, lo aveva inteso da sé: rinominò la torta, ne trasformò la sostanza e tuttavia nominò la propria fonte («ispirata a quelle della Torta Adele, se non vi dispiace»). In quel «se non vi dispiace» sta, in miniatura, l’intero diritto morale d’autore.

Rimane l’ultima domanda, la più sottile: che cosa rende nuova un’opera nuova? Nonna, tomista inconsapevole, aveva già pronunciato la sentenza decisiva: la caratteristica principale sta tutta nella mortadella. Creare dal nulla, insegna l’Aquinate, è prerogativa di Dio soltanto; all’uomo, artefice, tocca imprimere forme nuove a una materia ricevuta[3]. Gli ingredienti sono la materia e la materia è sempre, in ultima istanza, altrui. La forma, ossia l’idea che li ricompone, quella soltanto è nostra. Si noti anzi con quanta esattezza scolastica nonna definì la propria creatura: il genere prossimo, la pizza rustica; la differenza specifica, la mortadella. Era, a tutti gli effetti, una definizione per genus et differentiam, degna di un manuale di logica.

Che cosa dunque possiamo dire nostro, di ciò che facciamo? La sintesi, la forma e il nome che osiamo apporre; e tale nome, a ben guardare, è meno un dominio che una responsabilità, giacché firmare significa rispondere. Per il resto, la proprietà delle idee somiglia assai poco alla proprietà delle cose e assai più a una trama di riconoscenze fra persone e a regolarla, prima dei codici, provvede la massima che nonna pronunciò in ascensore: della cortesia della gente non si abusa mai. La signora Adele, cedendo la ricetta, perse il monopolio, ma guadagnò in cambio un’imitatrice, una variante e un posto d’onore in questa storia: rendita, quest’ultima, che nessuna privativa le avrebbe mai garantito. Le idee, come le torte della domenica, crescono a forza di essere donate e chi le dona a fette, con la ricetta accanto, moltiplica le torte e moltiplica i nomi, al piano di sopra come al piano di sotto.


  1. Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, Liber XI, epistula LXXXIV, paragrafo 3; la formula è «apes, ut aiunt, debemus imitari» (84, 3). ↩︎
  2. Bonaventura, In primum librum Sententiarum, proem., q. 4, concl.: «Aliquis scribit et sua et aliena, sed sua tamquam principalia, aliena tamquam annexa ad confirmationem; et talis debet dici auctor». ↩︎
  3. Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 45, a. 5, «Utrum creare sit proprium Dei». ↩︎