Il racconto che non esiste
Un lettore cerca su Facebook un racconto che il padre gli narrava. In poche ore arrivano cinquanta risposte sicure e fra loro incompatibili, quasi tutte di un’intelligenza artificiale. Ma quel racconto non esiste e forse è proprio questo a renderlo il più vero di tutti.
Un’agonia a puntate, un prete spazientito e cinquanta oracoli artificiali: cronaca di una piccola caccia letteraria su Facebook e di come nasca davvero la letteratura.
Il caso
Tutto prende le mosse da una domanda posta in buona fede in un gruppo Facebook di lettori. Un uomo cerca il titolo e l’autore di un racconto che il padre gli narrava, attribuendolo con qualche incertezza a Verga o a Pirandello. La trama, affidata per sua stessa ammissione a un ricordo di molti anni addietro, è questa: un vecchio è in punto di morte; i parenti lo vegliano e, quando pare giunta l’ora dell’ultimo respiro, si radunano tutti per il saluto estremo. Giungono anche i congiunti dai paesi vicini, per i quali il viaggio è insieme un dovere e una seccatura non priva di sacrificio. Puntualmente, tuttavia, all’ultimo il morente si riprende e rimanda tutti a casa fra sospiri di sollievo. La scena si ripete più volte; ogni volta ci si stringe al capezzale con il dispiacere (e con la segreta speranza) che il trapasso giunga finalmente. Una sera, dopo l’ennesimo falso allarme, il prete che lo assiste, ormai stanco di quell’andirivieni, fa uscire tutti dalla stanza, resta solo con il moribondo e gli preme sul petto, ponendo fine alla sua vita e, insieme, ai viaggi di tutti, persuaso, in fondo, di rendere un servigio a chiunque, al paziente non meno che ai parenti.
Chi domanda lo premette con onestà: forse il racconto non corrisponde fedelmente all’originale. È una memoria e non una citazione.
I filoni delle risposte
Ciò che ne è seguito merita d’essere raccontato più della risposta che si cercava. In poche ore si sono accumulate decine di proposte. Quasi tutte, fatto che impressiona, provenivano non dalla memoria di chi scriveva, ma da un’intelligenza artificiale interrogata lì per lì.
Il primo filone, il più rumoroso, è quello delle attribuzioni sicure e inventate. Più voci hanno fornito titolo, autore e perfino la collana, con piglio da manuale: Capuana, L’agonia; Camilleri, Il contastorie, corredato da una scheda critica sontuosa quanto immaginaria; Verga, Il morto; Pirandello, La morte. A smentirle, curiosamente, è stato il gruppo medesimo: altri lettori hanno controllato e replicato, talvolta con sarcasmo, che quei testi non esistono o nulla hanno a che vedere con la storia cercata. L’AI aveva semplicemente cucito un titolo plausibile per compiacere chi domandava.
In mezzo al rumore affiora però un appiglio reale, proposto da più persone in modo indipendente: Visitare gl’infermi, novella che Pirandello scrisse nel 1896 e raccolse poi in Donna Mimma. Chi la conosce coglie il punto esatto: l’atmosfera coincide (la stanza del moribondo, la ressa dei visitatori, l’ipocrisia del rito sociale travestito da pietà); diversa, invece, è la trama. In quelle pagine non si dà la morte a puntate, né alcun prete che ne acceleri il termine. È il sedimento pirandelliano del ricordo, non la sua fonte.1
Un gruppo più accorto ha smesso di cercare un titolo e ha cercato un’idea, spostandosi dal testo al «motivo»: la morte data per pietà, a chiudere un’agonia inutile, trova una precisa cittadinanza nella figura sarda dell’accabadora, resa nota dal romanzo omonimo di Michela Murgia. Forse, suggeriscono, il padre aveva fuso una commedia da capezzale con quel gesto antico: non un prete, ma un’accabadora.
Non sono mancati i nomi sparsi, quasi sempre onesti nel premettere «esiste, ma non è questo»: Poe (La verità sul caso del signor Valdemar), Tolstoj (La morte di Ivan Il’ič), Saramago (Le intermittenze della morte), un confuso nido di vipere (verosimilmente Le Nœud de vipères di Mauriac); e fra gli italiani Campanile (Il povero Piero), Piero Chiara, Deledda (L’edera), perfino una pagina di Montanelli. L’intuizione più fine resta quella di chi ha pensato a Maupassant: chi affretta una morte lenta per comodità dei vivi è per l’appunto il soggetto del suo Le Diable.
C’è poi chi ha avvertito che il «racconto del padre» potrebbe non essere affatto un racconto, bensì un ricordo di scena: una commedia di Eduardo, un film di Totò (47 morto che parla) e soprattutto Il vento ci porterà via di Kiarostami, dove un intero paese attende, spazientito, la morte di una vecchia che non si decide a morire.
Infine, alcuni, senza ricorrere ad alcun algoritmo, sono giunti alla conclusione più semplice e più vera: non si tratta di un’opera, ma di un racconto della tradizione orale, una di quelle beffe popolari che circolano da generazioni, che ciascuno ribattezza a modo suo (qui «Il nonno che non voleva morire», là «Il vecchio e il prete») e che nessuno può rivendicare.
Le mie considerazioni
1. Non più un motore di ricerca, ma un oracolo (anzi, molti)
Colpisce, anzitutto, che quasi nessuno abbia interrogato il proprio sapere o la propria memoria: tutti si sono rivolti a un’intelligenza artificiale. Siamo lontani dalla ricerca su Google di pochi anni addietro, che pure aveva i suoi limiti ma risultava almeno omologata: la stessa domanda restituiva a tutti i medesimi collegamenti, verificabili e condivisi. Qui è accaduto qualcosa di diverso. Si è consultato un oracolo. E l’oracolo, va detto, non è «l’AI», ma «le AI», al plurale, giacché ciascun modello ha una propria fisionomia, una sua “personalità”, a sua volta piegata e modificata da quella di chi lo interroga. È per questo che cinquanta persone hanno consultato, di fatto, cinquanta oracoli diversi, ricevendone cinquanta responsi sicuri e fra loro incompatibili, al punto che, come ha scherzato qualcuno nel gruppo, il povero racconto risultava opera di almeno tre diversi autori siciliani.
Della figura dell’oracolo algoritmico mi è già occorso di trattare altrove, in forma di parabola filosofica: là immaginavo l’intelligenza artificiale assurta ad arbitro ultimo del vero e del giusto, interpellata non perché aiuti a discutere, ma perché sentenzi chi abbia ragione. Quel che prefiguravo come scenario di un futuro prossimo, qui si mostra già avverato in miniatura e, per giunta, in chiave comica: l’oracolo lo si è interrogato non per dirimere una questione morale, ma per ritrovare un titolo perduto e si è rivelato a un tempo plurimo e fallace, atto a moltiplicare il dissenso più che a comporlo.
L’oracolo antico rispondeva oscuro, lasciando all’uomo la fatica dell’interpretazione, mentre quello artificiale risponde limpido e perentorio, sicché la sua stessa sicurezza disinnesca il dubbio. Si è smarrito, nel passaggio, l’unico gesto che contava: la verifica. Per onestà debbo aggiungere che anch’io, pur essendo un discreto conoscitore di letteratura, non trovando nella memoria conferma alcuna e dopo una ricerca infruttuosa sul web, ho finito per interrogare un’intelligenza artificiale. La differenza, semmai, sta tutta in questo: nel non aver preso per oro colato quei responsi e nell’averli verificati prima di scrivere.
2. L’opera non esiste (ed è un bene)
Veniamo al punto. Quell’opera non esiste, o almeno non esiste così come la si è narrata. È un impasto: ambientazioni e figure di marca verista (il paese, il capezzale, i parenti, il prete) mescolate alla memoria di racconti orali. Il padre l’avrà udita narrare da qualcuno che a sua volta l’aveva udita da altri e così via a ritroso, e il figlio, nel narrarla, l’ha a sua volta involontariamente ritoccata. Ed eccoci qui, a cercare un autore per un fantasma.
È una colpa? Tutt’altro. Anzi, gran parte della letteratura nasce proprio così, da racconti di racconti di racconti. Le stesse penne invocate (Verga, Capuana, Martoglio e, più tardi, Camilleri) hanno attinto a piene mani da quel sostrato orale meridionale; la novella cercata non è loro, eppure sgorga dal medesimo pozzo a cui hanno attinto anch’essi. In questo senso l’istinto di chi domandava coglieva nel segno: il racconto avrebbe potuto scriverlo uno di loro, perché appartiene alla medesima materia. È un apocrifo, nel senso più nobile del termine.
C’è, a ben vedere, una simmetria amara fra le due considerazioni. La tradizione orale, nel tramandare i racconti, li trasforma; e trasformandoli crea, giacché ogni variante è un piccolo atto di letteratura. L’oracolo artificiale, all’opposto, trasforma inventando: aggiunge titoli, autori, collane inesistenti e in quella medesima operazione non crea nulla, limitandosi a produrre rumore travestito da autorità. La differenza non è da poco. La novella del vecchio che non voleva morire è viva proprio perché non ha un autore; le sue contraffazioni digitali sono morte proprio perché ne hanno troppi e tutti falsi.
Forse la morale è che certe domande non vanno poste a un oracolo, ma a un padre, finché è ancora tra noi. La risposta più onesta, dinanzi a un racconto che non esiste, è riconoscere che esiste eccome, ma esiste non sulla carta, bensì nella voce di chi l’ha narrato.
[1] Visitare gl’infermi è effettivamente una novella di Pirandello, apparsa a puntate nel 1896 e confluita poi nella raccolta Donna Mimma delle Novelle per un anno: vi si descrive, con crudo umorismo, la ressa morbosa dei «visitatori» attorno a un uomo colpito da apoplessia. Vi compare perfino un prete, chiamato a vegliare il moribondo, il quale, annoiato, si scuote il tabacco dalla tonaca e osserva con sollievo d’aver ben poco da fare; ma è un «ricordante» che recita preghiere, non l’esecutore di alcuna pietà mortale. Vi ritroviamo, insomma, il grottesco del rito sociale, non la trama dei falsi decessi né l’eutanasia del prete.