Discesa al diurno
Nella Gravina degli anni Ottanta il vecchio albergo diurno si annunciava a metri di distanza con il suo tanfo; scendervi, per un ragazzino, era un rito di passaggio. Oggi il Comune lo ha restaurato e riaperto: un ricordo fra ironia e dialetto, con l’augurio che al restauro segua una cura costante.
Memorie gravinesi di un albergo senza letti
Oggi, soprattutto nelle grandi città, con l’espressione «albergo diurno» (ovvero, secondo una terminologia più moderna e possibilmente inglese, day use) s’intende l’uso di una camera d’albergo, o di alcuni servizi della struttura, per poche ore del giorno e senza pernottamento: una doccia, qualche ora di riposo, la spa, la piscina, una sala riunioni. La formula è pensata per il professionista in trasferta, per il viaggiatore in attesa di una coincidenza o semplicemente per chi desideri concedersi qualche ora di quiete e di riservatezza. Si tratta, insomma, di una cosa elegante.
Ben altra faccenda erano gli alberghi diurni di una volta. Sorti nei primi decenni del Novecento, per lo più nelle grandi città e in prossimità delle stazioni ferroviarie, accoglievano viaggiatori e cittadini che abbisognassero di lavarsi, di radersi, di ricomporsi, così da rendersi di nuovo presentabili prima di proseguire la giornata. Alberghi soltanto di nome, poiché privi del pernottamento, offrivano in sua vece bagni, docce, barbieri e altri servizi che all’epoca costituivano un piccolo lusso urbano e un segno di modernità.
Con il miracolo economico del secondo dopoguerra e, soprattutto, con la progressiva diffusione del bagno nelle abitazioni private, gli alberghi diurni smarrirono gran parte della loro funzione; molti chiusero i battenti, sicché di quel mondo sopravvivono ormai la memoria, qualche architettura sotterranea e persino qualche suggestione poetica. Paolo Conte, in «Gelato al limon», ne fece lo scenario di un invito amoroso:
E ti offro una doccia ai bagni diurni
che sono degli abissi di tiepidità.
A Gravina in Puglia, negli anni Ottanta della mia infanzia e della mia prima adolescenza, l’abisso c’era davvero. Sulla tiepidità, invece, avrei qualcosa da ridire.
Realizzato durante il ventennio fascista, l’albergo diurno di Gravina aveva di certo rappresentato, all’epoca della sua costruzione, un servizio di prestigio per la città, un’opera moderna destinata a migliorare la vita quotidiana dei cittadini con i suoi bagni pubblici e il suo barbiere, in nome del decoro e dell’igiene. Con il passare dei decenni, tuttavia, quella dignitosa struttura aveva subito una metamorfosi piuttosto drastica; noi gravinesi, del resto, l’avevamo già ridimensionata sul piano della lingua. Nessuno, infatti, diceva «albergo diurno»: era semplicemente «il diurno», anzi u diurnə.
Per molti, peraltro, il significato originario della parola si era del tutto smarrito. Pronunciato in dialetto, con l’immancabile vocale finale centralizzata nello schwa, diurnə sembrava designare ben altro che un servizio attivo durante il giorno, essendo divenuto quasi sinonimo di «cesso», in un’accezione tutt’altro che architettonica. Si diceva persino, con intento ben poco lusinghiero, Kud jè nu diurnə, «quello è un diurno»; vale a dire, quello è un cesso.
Va riconosciuto che questa singolare evoluzione semantica poggiava su basi empiriche di non poco momento. Negli anni Ottanta il diurno di Gravina si annunciava ben prima di rendersi visibile, preceduto com’era dal proprio odore: a parecchi metri di distanza giungeva una zaffata più efficace di qualunque insegna stradale, sicché chiedere indicazioni risultava superfluo. Se sentivi il tanfo, eri arrivato.
Io, bambino, stentavo a capire come qualcuno potesse scendere laggiù di sua spontanea volontà; eppure gli avventori, a dispetto di tutto, c’erano, per lo più anziani che parevano dotati di apparati respiratori assai più resistenti dei nostri.
Per noi bambini avvicinarsi al diurno era pressoché proibito. Mia nonna ne impartiva il divieto con la stessa gravità con cui avrebbe potuto segnalare una zona contaminata: «Non vi avvicinate al diurno!» E noi attraversavamo la strada. All’occorrenza allungavamo il percorso, poco importava di quanto; per raggiungere una meta situata dall’altra parte del diurno si studiavano deviazioni degne di una tappa del Giro d’Italia.
Qualche ragione, d’altra parte, mia nonna l’aveva. Intorno all’ingresso l’aria ricordava ben poco quella di una località termale, mentre le mosche sembravano godere di piena cittadinanza e svolazzavano indisturbate come clienti abituali. Vigeva poi un’altra consuetudine, giacché alcuni frequentatori adoperavano i dintorni a guisa di sputacchiera pubblica: di tanto in tanto, persino a distanza, salivano dal sottosuolo solenni rumori laringali, seguiti da effetti sonori che è preferibile lasciare all’immaginazione del lettore. Era, per così dire, la colonna sonora del luogo.
Noi ragazzini, com’è ovvio, ci guardavamo bene dal lasciarci sfuggire un simile patrimonio di comicità involontaria. «Lo sai che giù al diurno c’è pure il barbiere?», chiedeva qualcuno; e l’altro, pronto: «Ah, sì? E al posto del gel che usa? La pipì?» Era questo, grosso modo, il nostro livello di umorismo; ma avevamo dodici o tredici anni e, soprattutto, un bersaglio fin troppo facile davanti a noi.
Il diurno, a ogni modo, restava un luogo proibito, finché giunse il momento dell’iniziazione. Vi scesi per la prima volta durante la pubertà, per un rito di passaggio piuttosto che per il bisogno di una doccia o, tanto meno, di una rasatura. Ero con un gruppo di amici quando qualcuno lanciò la sfida: bisognava scendere al diurno; chi restava in superficie era un codardo. A quell’età esistono argomenti ai quali opporsi riesce pressoché impossibile. Accettai.
Prima dell’ingresso presi un bel respiro (errore strategico, visto ciò che respirai) e cominciai a scendere le fatidiche scale, unte, scivolose e poco rassicuranti, procedendo quasi in apnea. Quanto tempo rimasi laggiù mi sfugge (pochissimo, con ogni probabilità); ricordo invece con perfetta nitidezza la sensazione d’aver compiuto l’impresa. Nel diurno ero entrato bambino; ne ero uscito uomo... o quanto meno ragazzino dotato di una non comune capacità di trattenere il respiro.
Negli anni successivi la struttura, ormai fatiscente e indecorosa, fu chiusa; per lungo tempo il vecchio diurno restò così, consegnato ai ricordi di chi lo aveva frequentato e, soprattutto, di chi aveva fatto di tutto per evitarlo.
Oggi il Comune lo ha ristrutturato e restituito alla città; vedere recuperato un luogo che, battute e ricordi olfattivi a parte, appartiene pur sempre alla storia urbana di Gravina è senza dubbio una buona notizia. Senonché il restauro di un edificio costituisce soltanto metà dell’opera; l’altra metà ha nome gestione, vale a dire pulizia, custodia, manutenzione costante, controllo e rispetto degli spazi. Inaugurare, invero, riesce relativamente facile, giacché tagliare un nastro, scattare qualche fotografia e riconsegnare un luogo alla città richiede un investimento una tantum. Mantenerlo decoroso negli anni è tutt’altra impresa.
L’augurio, dunque, è che al restauro si sia affiancato un servizio continuativo, capace d’impedire alla storia di ripetersi; sarebbe davvero un peccato, infatti, spendere denaro pubblico per restituire dignità all’antico albergo diurno e scoprire, fra qualche anno, che a Gravina dell’«albergo diurno» abbiamo perso di nuovo l’albergo… e ci è rimasto soltanto u diurnə.