Le catacombe
Una domenica pomeriggio, nel salotto della nonna, due sposini raccontano il loro viaggio di nozze. Mia zia non sa che cosa siano le catacombe...
Quando arrivarono a casa di nonna, una domenica pomeriggio, erano sposati da meno di un mese. La giovane sposa era stata sua alunna molti anni prima, quando nonna insegnava a scuola e conservava quella dolce severità delle maestre di una volta, quelle con il grembiule scuro, la cartellina rossa di pelle, la grafia inclinata sulla lavagna e una memoria nella quale, anche a distanza di vent’anni, rimaneva ben distinto chi confondeva le doppie da chi leggeva senza mai riprendere fiato.
«Signora maestra!»
La nonna la riconobbe subito.
«Ma guarda chi c’è! Marisa, vieni qua, fatti vedere. E lui dev’essere Giacomo. Che bel giovanotto.»
Lui accennò un inchino, perché trovarsi al cospetto della maestra di sua moglie gli procurava l’irragionevole sensazione di essere sotto esame.
Nonna li fece accomodare nel salotto, la stanza rituale che noi chiamavamo «il salone», che si apriva solo per le visite e dove ogni cosa sembrava in attesa di un ospite, dalle sedie appena spolverate al centrino sul tavolo, fino alle fotografie di famiglia allineate sulla credenza. Poco dopo furono serviti il caffè e i biscotti.
Dalla stanza accanto mia zia aveva sentito le voci e la conversazione le parve subito degna della massima attenzione. Andò di corsa in bagno a darsi una pettinata e si affacciò appena alla porta.
«Vieni, vieni, Carolina», disse nonna. «Sono appena tornati dal viaggio di nozze.»
Bastarono quelle parole, «viaggio di nozze», perché mia zia prendesse posto sulla poltroncina un poco discosta, disponendosi ad ascoltare con un’attenzione che, a guardarla, sarebbe parsa esemplare.
Gli sposi parlavano di treni e alberghi, di strade percorse e monumenti visitati.
Marisa raccontava, mentre Giacomo interveniva di tanto in tanto a correggere una data o il nome di una piazza: «No, quello era il giorno dopo, prima siamo stati al museo.»
Zia seguiva incantata le descrizioni della sposa e vedeva terrazze al tramonto, tende mosse dal vento e giardini nei quali gli innamorati potevano passeggiare indisturbati. Bastava il nome di una città perché le sorgessero davanti fontane, carrozze, viali ombrosi, come se ogni luogo attraversato dai due fosse stato costruito appositamente per accoglierli.
Che gliene importava delle minuzie da telecronaca del marito?
«Vabbè, Giacomo, o il giorno prima o il giorno dopo, basta che vi siete divertiti e siete stati belli, tranquilli e tutto!»
Con la mente accompagnava gli sposi lungo viali sconosciuti, li vedeva seduti a un tavolino mentre, da qualche parte, un’orchestrina suonava nella penombra. Immaginava che lui le prendesse la mano e che, prima di tornare in albergo, indugiassero davanti a una fontana, concedendosi un bacio sotto un balcone fiorito.
Fu allora che la sposa disse di essere stata anche a visitare le catacombe.
Mia zia sollevò gli occhi. Ignorava del tutto che cosa fossero, non osò chiederlo, ma quel nome le bastò per figurarsi un luogo meraviglioso.
Doveva essere sicuramente un posto appartato, come si conviene a una meta scelta durante un viaggio di nozze, anche perché Marisa lo aveva nominato alla fine, mica subito!
Forse si trattava di un giardino antico, forse di un palazzo nascosto, con archi e scalinate che conducevano a logge silenziose. Potevano esserci fiori o zampilli d’acqua che risuonavano nella quiete della sera.
Non indagò, non serviva, ma delle catacombe le rimase soprattutto il suono, che continuò ad accompagnarla anche quando gli sposi ebbero salutato e il salotto fu rimesso in ordine.
Il giorno seguente, mentre rifaceva un letto, si sorprese a pronunciare sottovoce quella parola.
«Ca-ta-com-be.»
La scandiva adagio, assaporandone le quattro sillabe, poi la ripeté mentre scuoteva una tovaglia. Tornò a mormorarla riponendo i piatti asciutti e anche attraversando il corridoio con una cesta di panni fra le braccia, quasi che nominarla le consentisse di avvicinarsi al luogo che aveva immaginato.
Nel pronunciarla provava un piacere concreto, un gusto che riguardava le labbra ancor prima del pensiero. All’attacco netto delle prime sillabe, cadenzate dalle occlusive sorde di «Ca-ta», seguiva un finale più raccolto, quel nesso di nasale e occlusiva bilabiali di «com-be», nel quale le labbra si congiungevano per un istante, accennando qualcosa che pareva quasi un bacio. Era il bacio degli sposi, naturalmente.
Per qualche settimana quella parola fu una presenza assidua nella sua immaginazione, poi il lemma trovò posto in un angolo della memoria, come tante cose che si custodiscono senza più pensarci.
Passarono gli anni. Il fratello di zia Carolina, zio Amodio, aveva intanto fatto carriera nell’esercito fino a diventare generale di corpo d’armata e viveva a Roma; così capitò che lei andasse a trovarlo e vedesse finalmente la capitale.
Era un viaggio lunghissimo e bisognava prendere il treno fino a Bari e poi il secondo da Bari a Roma. Il secondo treno era di quelli moderni, che avevano pure il bagno e l’aria condizionata. Un viaggio da signori, e che bell’arredamento: stavano pure le poltrone di velluto!
Mio zio volle mostrarle la città come si deve.
Al Colosseo lei rimase a lungo davanti alle arcate, cercando di figurarsi il fragore della folla; al Circo Massimo dovette chiedere alla fantasia uno sforzo maggiore, perché quello spazio immenso e vuoto si popolasse di carri lanciati nella corsa, cavalli e spettatori. Nella fontana di Trevi bisogna lanciare almeno cinque lire, perché si sa che se non lo fai poi non torni più a Roma.
Quando arrivarono a San Pietro, si fermò a guardare la basilica. Madonna, quanto è grande! E la cosa più bella fu che, quando si confessò, il cardinale le diede subito l’assoluzione, non volle neanche sentirli tutti i peccati, non è come i preti da noi, perché lì l’usanza è diversa!
Ai Musei Vaticani resistette per ore, passando di sala in sala fra statue e dipinti, e c’era pure la figura di uno con la faccia «pavonazza» che somigliava a quello del ristorante sul lungomare di Santo Spirito.
Roma, tuttavia, sembrava avere ancora moltissimo da mostrarle. Appena credeva di aver finito, comparivano una chiesa, una colonna o una rovina sulla quale il fratello aveva sempre qualcosa da dire, come sanno fare solo le persone istruite. Lui guidava e spiegava, lei guardava dal finestrino, cercando di tenere insieme i nomi e le cose.
A un tratto vide un cartello che indicava le catacombe di Domitilla.
Zia si raddrizzò sul sedile e rimase per qualche istante in silenzio. Le tornò davanti quel salotto con gli sposini seduti accanto. Forse anche Domitilla era una sposa!
«Fermati.»
Mio zio si voltò verso di lei. «Che c’è?»
Lei indicò il cartello. «Quelle, è lì che voglio andare.»
«Alle catacombe?» Il fratello la guardò perplesso.
«Non preferisci visitare Villa Borghese?»
«No, voglio andare proprio là. Portami alle catacombe.»
E il generale obbedì alla sorella.
«Sono milleseicento lire, ottocento a testa», disse il bigliettaio all’ingresso.
Zio Amodio pagò senza indugio e chiese subito se fosse possibile parlare con padre Eustachio, che conosceva da tempo.
Il sacerdote, appena informato della presenza del generale, si affrettò a raggiungerlo e lo accolse con grande cordialità.
«Eccellenza, che piacere! Avreste dovuto avvertirmi del vostro arrivo.»
«Non volevo disturbarvi, padre. Mia sorella desiderava visitare le catacombe e ho pensato di farle questa sorpresa.»
Il sacerdote notò i biglietti che il generale teneva ancora in mano.
«Ma avete anche pagato! Non ce n’era bisogno, siete miei ospiti.»
«Ci mancherebbe, padre», rispose il gentiluomo con la cortesia cui era avvezzo. «Non vorrete mica privarmi del piacere di offrire questa visita a mia sorella. Un solo favore: vi chiederei se fosse possibile visitare anche le gallerie normalmente chiuse al pubblico.»
Il sacerdote sorrise e li invitò a seguirlo, affidandoli a un custode che li avrebbe accompagnati.
Scesero lungo una scala e percorsero i corridoi sotterranei, che sono come i piani delle cantine, pensava zia, però qua girano intorno intorno e li chiamano i livelli.
A un certo punto il custode aprì una porta e li invitò a seguirlo in una galleria più stretta e buia.
Con una torcia illuminò la parete, rivelando quanti ancora attendevano l’alba promessa da Colui che aveva sconfitto la notte.
Qualche giorno dopo mia zia tornò a casa e per una settimana Roma occupò tutte le nostre conversazioni. Del Colosseo ricordava l’immensità, di San Pietro cercava invano di restituirci la grandezza e le tornava la stanchezza nelle gambe al solo pensiero dei corridoi dei Musei Vaticani, che non finiscono mai, però sono belli e voi che a scuola fate le ricerche li dovete vedere assolutamente.
Poi descrisse piazze e fontane, riferì quanto aveva appreso sulle chiese, raccontò persino che aveva mangiato i carciofi alla giudia, fritti, ma senza l’uovo, non come li facciamo a Gravina.
Sulle catacombe, riserbo assoluto. Del resto, nessuno di noi sapeva della visita.
A rivelarcela fu mio zio, telefonando una sera.
Era un’interurbana, come si diceva allora, e il suo costo conferiva alla conversazione una certa solennità, imponendo di parlare forte, perché si sentivano gli scricchiolii nella cornetta, e di selezionare gli argomenti: non si stava mezz’ora al telefono a raccontare sciocchezze, l’interurbana costava.
Si parlò dunque del viaggio di ritorno, che era andato tutto bene, e della zia, che era contenta, finché mio zio aggiunse una raccomandazione: «Ah, chiedetele delle catacombe. Ha insistito tanto per andarci.»
Appena la telefonata finì, ci rivolgemmo a lei.
«Zia.»
«Che c’è?»
«Ma allora sei stata pure alle catacombe!»
Continuò a sistemare qualcosa sul tavolo.
«Sì.»
«E non ci hai raccontato niente!»
Lasciò passare l’osservazione.
«Com’erano?»
Soltanto allora alzò gli occhi. Forse in quell’istante le tornò in mente la voce di una giovane sposa da cui aveva appreso una parola bellissima. Forse ne risentì il suono e ritrovò, per un momento, quel lieve congiungersi delle labbra nella sillaba finale. Della visita, però, le restavano impressi quei cunicoli bui.
Fece una smorfia.
«C’erano i livelli e si scendeva.»
«Ti sono piaciute almeno? Erano interessanti?»
A quel punto la sua pazienza si esaurì.
«Mah! Ottocento lire pə vədè l’ossə də le murtə!»1
[1] «Mah! Ottocento lire per vedere le ossa dei morti!»
A questo racconto ho dedicato un commento: «Il bacio e le ossa».