Il coraggio di chi non rischia nulla
Leggono tre righe e hanno già capito tutto di chi le ha scritte; poi, al riparo di uno schermo, insultano. Sui leoni da tastiera, sul coraggio che non costa nulla e su una funzione antichissima dei social, anteriore a Internet: passare oltre.
Basta un commento per riconoscerli. Anziché leggere, interpretano; anziché capire, sentenziano; di un perfetto sconosciuto sono in grado di stabilire, nel giro di tre righe, chi sia, che cosa pensi, quali intenzioni nutra e all’occorrenza quali colpe debba espiare. Sono i leoni da tastiera: gli onniscienti del commento rapido, i magistrati dalla sintassi incerta, gli inquisitori del social network; gente che spesso fatica a cogliere il senso complessivo di un post, ma coltiva l’incrollabile certezza di aver capito tutto della vita di chi lo ha scritto.
E allora partono: l’insulto, la battutina velenosa, l’offesa personale, la volgarità gratuita, il giudizio definitivo pronunciato con l’autorevolezza di chi, in realtà, non ne sa assolutamente nulla. È forse questo uno degli aspetti più miserabili dei social: aver consegnato a chiunque non soltanto un microfono, ma anche l’illusione che avere un microfono equivalga ad avere qualcosa da dire.
Intendiamoci: nessuno pretende di trovare sui social il Simposio di Platone. Sappiamo benissimo in quale ambiente ci muoviamo; fra bestemmie buttate lì come intercalari, turpiloquio senza motivo, fotografie che nessuno aveva chiesto di vedere (comprese certe inquietanti esposizioni di piedi, maschili e femminili), notizie inventate di sana pianta, pubblicità truffaldine, tentativi di phishing, profili fasulli, messaggi improbabili e personaggi comparsi dal nulla al solo scopo di adescare il prossimo, il panorama non è precisamente quello dell’Accademia dei Lincei.
Eppure qualcosa di buono, incredibilmente, resiste: la possibilità di rilassarsi; di tornare a casa dopo una giornata di lavoro e scambiare due parole con qualcuno; di ridacchiare, di commentare una passione comune anche con un po’ di ironia, di discutere di cinema, musica, sport, storia, cucina, tecnologia, viaggi o di qualunque altro argomento ci stia a cuore; di scegliersi un gruppo affine ai propri gusti e trascorrervi mezz’ora senza l’obbligo di salvare il mondo. Nulla di più semplice, in fondo: conversare.
Ma è lì, in quella mezz’ora, che piombano loro, gli avvelenatori di mestiere delle conversazioni altrui: quelli che sembrano incapaci di concepire che dietro una fotografia e un nome ci sia una persona in carne e ossa; quelli che, davanti a una frase che non comprendono, invece di chiedere spiegazioni preferiscono insultare. E si capisce perché: fare una domanda richiede curiosità, ammettere di non aver capito richiede intelligenza, riconoscere di essersi sbagliati richiede maturità; offendere, invece, è facilissimo. Bastano due pollici sulla tastiera di un cellulare.
Protetti dallo schermo, eccoli trasformarsi nei gladiatori dell’ignoranza contemporanea. Nella vita reale, davanti alla stessa persona che su Facebook o su Instagram coprono d’insulti con tanta arroganza, abbasserebbero con ogni probabilità lo sguardo; da dietro un display, invece, diventano d’improvviso coraggiosissimi. È il coraggio straordinario di chi sa di non rischiare nulla.
Il tratto più grottesco è che costoro, il più delle volte, combattono contro ciò che hanno immaginato tu volessi scrivere assai più che contro ciò che hai scritto davvero. Tu dici A, loro capiscono Z; e invece di domandarsi se per caso abbiano frainteso, decidono che il problema sei tu. È un talento raro: riuscire nello stesso tempo a non capire un concetto e ad arrabbiarsi moltissimo per non averlo capito. Poi arriva l’insulto, naturalmente, giacché l’insulto è la scorciatoia prediletta di chi ha esaurito gli argomenti prima ancora di cominciare la discussione.
Dietro tanta aggressività viene quasi da domandarsi quanta frustrazione debba esserci, quanta rabbia accumulata, quanta insoddisfazione, quanto bisogno disperato di sentirsi superiori a qualcuno almeno per trenta secondi. Mi guardo bene dal fare diagnosi psicologiche a distanza, operazione ridicola quanto quella che compiono loro; un fatto, tuttavia, è evidente: una persona serena difficilmente passa le proprie giornate a caccia di sconosciuti da umiliare nei commenti.
Una persona intelligente può dissentire; può criticare duramente; può dirti in faccia: «Hai scritto qualcosa che non condivido». Ma argomenta, spiega, prende di mira le tue parole e mai la tua persona. Il leone da tastiera, al contrario, aggredisce anziché discutere, perché discutere significa misurarsi con un’idea e correre il rischio, terribile, di scoprire che l’altro potrebbe avere qualche ragione. È assai più comodo scrivere «idiota» o «ignorante», aggiungere una faccina che ride e sentirsi per qualche minuto il Voltaire della situazione. Il guaio è che Voltaire leggeva e, soprattutto, capiva quello che leggeva.
Due esempi, per non restare nel generico. Una volta ho sollevato con garbo qualche perplessità su certe argomentazioni vegane, pur difendendone la filosofia di fondo: l’epiteto più civile che mi sia toccato leggere in risposta è stato «ipocrita». Un’altra volta, di recente, ho scherzato sullo stile di Saramago, osservando che si era dimenticato la punteggiatura, e mi sono sentito dare dell’illetterato e dell’ignorante da chi non aveva colto l’ironia, il che, trattandosi proprio di Saramago, che è il primo a essere autoironico, ha una sua involontaria comicità.
Come si sopravvive? Con una ritirata a tappe: ho smesso quasi del tutto di commentare i post altrui, anche quelli pubblici; poi ho smesso di scrivere sulla mia stessa pagina, dove pure commentava soltanto chi mi conosceva; adesso pubblico sul blog e uso Facebook per segnalare gli articoli, nient’altro. Ogni tanto, però, passa un post simpatico e la tentazione di dire la mia riaffiora; e puntualmente arriva lo sprovveduto di turno, il quale, contrariamente a quanto sarebbe comodo credere, è di rado un adolescente in cerca di rissa e ben più spesso un adulto, talvolta addirittura laureato. Tornerò dunque alla mia astensione, che è economia delle forze piuttosto che disprezzo, e a un consiglio evangelico antico di duemila anni circa certe perle e certi animali poco inclini ad apprezzarle.
Potrei fermarmi qui. Sarebbe però una resa e per giunta una resa che dà ragione proprio a chi ha torto.
A questa fauna digitale bisognerebbe ricordare una verità elementare: dietro ogni profilo c’è una persona; una persona che magari ha lavorato dieci ore, che chiede solo un momento di leggerezza, che ha scritto un post ironico o si è spiegata male o ha semplicemente un’opinione diversa. E sapete qual è la notizia sconvolgente? A un’opinione diversa si può sopravvivere. Nessuno vi obbliga a trasformare ogni discussione in una guerra civile, né a insultare uno sconosciuto perché non ha scritto esattamente ciò che avreste scritto voi.
Soprattutto, nessuno vi obbliga a commentare tutto. Esiste una funzione meravigliosa, antichissima, di gran lunga anteriore a Internet: passare oltre. Un post vi urta? Scorrete. Vi annoia? Scorrete. Vi risulta oscuro? Potete perfino chiedere. Ma se l’unico contributo che riuscite a offrire è un insulto, forse il silenzio è quella forma di comunicazione nella quale potreste finalmente eccellere.
I social saranno pure degenerati, saranno pieni di sciocchezze, di volgarità, di truffe, di falsità e di spazzatura digitale. Ragione di più perché quei pochi angoli nei quali le persone cercano soltanto di parlare, di scherzare e di trascorrere qualche minuto in serenità restino almeno quello che sono, anziché diventare l’ennesima discarica della rabbia altrui.
A voi dunque, cari leoni da tastiera, una preghiera. Continuate pure a ruggire, se proprio ne avete bisogno, ma ogni tanto provate anche a leggere, possibilmente fino alla fine, e, come esercizio avanzato, provate perfino a capire. Potreste fare una scoperta straordinaria: che dall’altra parte dello schermo, là dove cercavate un bersaglio, c’è una persona.