Il bacio e le ossa

Una parola ascoltata senza capirla può costruire un mondo intero. Le parole custodiscono luoghi che nessun archeologo può scavare. Commento a un racconto di famiglia.

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Il bacio e le ossa

Sarebbe un peccato lasciare la storia delle catacombe soltanto alla battuta in dialetto con cui mia zia liquidò la sua visita. Il racconto, per chi non l’avesse ancora letto, si trova a questo link: «Le catacombe».

In breve: una donna sente nominare le catacombe da due sposini appena tornati dal viaggio di nozze, ne ignora il significato e le immagina come un luogo meraviglioso; anni dopo, a Roma, decide di visitarle.

Strana facoltà, quella delle parole. Crediamo che servano a designare le cose, come etichette applicate a un mondo già dato; qualche volta, invece, accade il contrario: prima viene il nome, solo dopo la cosa. Il significante si carica allora di un significato tutto suo, che nulla deve all’oggetto, e comincia un’esistenza clandestina. Una parola può avere un colore e perfino una morale: può sembrarci allegra o funesta, sensuale o severa, prima ancora che qualcuno ci dica che cosa significhi. Mia zia aveva fatto con una parola ciò che gli uomini fanno da sempre: abitare un nome prima ancora di conoscerne il significato.

«Catacombe» era entrato nella sua vita come puro suono, privo di un oggetto; ma un suono giunge di rado del tutto nudo. Lo aveva pronunciato una sposa di ritorno dal viaggio di nozze, nel salotto, fra il caffè e i biscotti, e lo aveva pronunciato per ultimo, come si fa con le cose più preziose. Il contesto le aveva così suggerito il significato; il suono venne a confermarlo: la parola si impregnò del fascino di luoghi mai visti e dell’intimità degli sposi; perfino la bocca, pronunciandola, pareva suggellarne l’incantesimo in quel congiungersi delle labbra sulla sillaba finale. Concorrevano dunque due forze, il contesto e il fonosimbolismo, entrambe estranee all’oggetto reale. Quel piccolo talismano verbale designava, nella realtà, un luogo di morti. La zia aveva pronunciato la morte credendo di pronunciare l’amore.

Curiosamente, la parola stessa aveva conosciuto, molti secoli prima, una vicenda analoga. Secondo l’etimologia più accreditata, ad catacumbas adatta il greco κατὰ κύμβας, «presso le cavità», ed era in origine il nome di un solo luogo della via Appia, attestato già nel IV secolo, dove sorgeva il cimitero sotterraneo raccolto intorno alla memoria di san Sebastiano. Soltanto nell’alto Medioevo il toponimo si estese a tutti i cimiteri sotterranei cristiani; più tardi, per estensione metaforica, passò a designare qualunque luogo cupo, umido e oscuro. Anche «catacombe», insomma, è un nome che ha smarrito il proprio significato originario e se n’è visto assegnare un altro; la zia, senza saperlo, ripeteva in piccolo la storia della parola.

Non è forse qualcosa di simile a ciò che facciamo tutti? Ogni giorno ascoltiamo e pronunciamo parole come amore, successo, felicità, futuro, casa, Dio, vecchiaia, morte. Crediamo di saperne il significato, ma la loro essenza ci resta in larga parte inaccessibile, sicché ciascuno costruisce dietro quei suoni le proprie catacombe immaginarie. Viviamo, dunque, non tanto fra le cose quanto fra i nomi che abbiamo dato alle cose e le immagini che quei nomi hanno generato in noi.

A Roma avvenne l’incontro, e insieme lo scontro, fra il significato che la parola aveva generato e l’oggetto reale che essa designa. Né il luogo poteva essere più adatto. Freud, nel Disagio della civiltà, immaginava Roma come un’entità psichica in cui nulla di ciò che è stato sia andato perduto: una città dove le epoche si sovrappongono, dove il presente cammina sul passato e una chiesa sorge sulle fondamenta di un tempio pagano. In un simile luogo i significati sepolti hanno modo di riaffiorare e le parole possono essere costrette a restituire ciò che nascondono.

A far riaffiorare la parola fu un cartello stradale; con la parola tornò l’antica fantasia: «forse anche Domitilla era una sposa!». L’ironia è sottile, perché secondo la leggenda agiografica la nobile Flavia Domitilla, della famiglia imperiale dei Flavi, rifiutò il fidanzato che le era stato promesso e ricevette il velo delle vergini consacrate. Dietro il nome che alla zia evocava un’altra sposa si celava dunque una donna che alle nozze aveva detto di no.

Come nelle fiabe, compare a questo punto un accompagnatore, una guida che conosce la strada e conduce il protagonista fino alla soglia. Nel racconto è il fratello generale, la cui funzione è più letterale di quanto sembri. Per tutta la visita di Roma aveva spiegato ogni chiesa e ogni rovina; alle catacombe fece di più, poiché chiese il favore di aprire le gallerie chiuse al pubblico. Fu lui, per gentilezza verso la sorella, ad aprirle la porta sulle ossa.

Forse ciascuno di noi incontra un simile fratello generale: una persona, un caso, una malattia, un amore, un libro, una perdita, insomma qualcosa o qualcuno che, pur estraneo alle immagini che coltiviamo dentro di noi, ci prende per mano e ci conduce esattamente nel luogo in cui un nome dovrà finalmente incontrare il suo oggetto. Allora il velo si solleva; dietro il velo, però, di rado troviamo ciò che avevamo immaginato.

Potrebbe sembrare soltanto il trionfo disincantato della realtà sull’illusione: la zia aveva sognato il bacio e trovò le ossa. Sarebbe però una conclusione troppo facile, perché resta da chiedersi quale delle due catacombe fosse più reale. Quelle di Roma esistono certamente: hanno cunicoli, pareti, sepolture, si potevano visitare e, soprattutto, per entrarci bisognava pagare ottocento lire. Eppure anche le altre catacombe continuano a esistere. Le parole custodiscono luoghi che nessun archeologo potrà mai scavare, luoghi privi di coordinate geografiche e tuttavia capaci di generare attesa, bellezza, stupore, luoghi falsi come spazio ma veri come esperienza.

Il disinganno, allora, consiste meno nello scoprire che l’immaginazione ci ha mentito che nel constatare che esistono diversi modi di essere reali e che essi possono entrare dolorosamente in collisione. Le ossa non cancellano il bacio, così come il bacio non può cancellare le ossa; e l’immaginazione, in fondo, possiede una dignità pari a quella della realtà.

Gli stessi sposi, da cui tutto era cominciato, avevano del resto compiuto un viaggio che, sotto il segno di Eros, li aveva condotti anche sottoterra, fra i morti, come se ogni viaggio di nozze contenesse già, invisibile, il proprio contrario: Thanatos. Nel promettersi «per sempre», gli amanti chiamano in causa, senza nominarla, proprio la morte. Ogni amore umano vuole essere eterno perché sa di non esserlo; il bacio trae una parte della sua intensità dal fatto che le labbra che si incontrano sono mortali. Il suono ingenuo di una parola sconosciuta, alla fine, appare meno insensato di quanto sembrasse: nelle quattro sillabe di «ca-ta-com-be» la zia aveva udito il bacio; e il bacio, a sua insaputa, conteneva già le ossa.

Resta il dettaglio forse più umano della storia, il silenzio. Tornata da Roma, la zia raccontò tutto, il Colosseo, San Pietro, i Musei Vaticani, perfino i carciofi, e tacque soltanto sulle catacombe. Quella reticenza ha il sapore di un piccolo lutto: è il pudore di chi ha custodito a lungo un’immagine, l’ha vista svanire in un corridoio buio e preferisce tacerne, come si tace una delusione d’amore. Quando infine fu costretta a rispondere, ricondusse l’inaudito alle sole categorie di cui disponeva: «C’erano i livelli e si scendeva». Come un tempo aveva riempito un nome sconosciuto di immagini familiari, così ora riduceva il luogo reale alle misure di casa, le cantine e i loro piani. È l’altra faccia del medesimo fenomeno, poiché le parole che possediamo decidono non soltanto ciò che immaginiamo, ma anche ciò che riusciamo a vedere.

Poi venne la battuta, capace di liquidare in una riga l’intera metafisica occidentale: «Mah! Ottocento lire pə vədè l’ossə də le murtə!»1 Forse in quella battuta c’è tutta la verità della storia. Dopo aver sollevato tutti i veli, alla fine restano le ossa; ma resta anche la parola, con il suo bacio nascosto nell’ultima sillaba, che le ossa non sono riuscite a cancellare. E resta, naturalmente, il prezzo del biglietto.

[1]  «Mah! Ottocento lire per vedere le ossa dei morti!»