Qual è la data del mio compleanno?

Ogni anno ricevo auguri alla medesima data. Ma di che cosa celebro l’anniversario? Se prima del parto io mancavo del tutto, chi ha percorso il tunnel uterino? Una piccola indagine fra embriologia, psicologia dello sviluppo e calendari giapponesi.

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Qual è la data del mio compleanno?

Avvertenza

Quanto scrivo è frutto di una riflessione personale e filosofica, condotta sul terreno della biologia e della psicologia dello sviluppo, estranea per scelta a ogni questione morale, giuridica o confessionale; chi volesse trarne conseguenze in materie sulle quali qui taccio, le trarrà per conto proprio. Invito pertanto quanti vorranno commentare a un contegno cortese, che favorisca un dialogo sereno.

Piccola indagine sul giorno in cui comincia un «io»

Ogni anno, alla medesima data, ricevo auguri e ogni anno, ricevendoli, mi sorprendo a domandarmi di che cosa precisamente si celebri l’anniversario. Della nascita, mi si risponderà. Sia pure. Senonché la nascita, presa alla lettera, designa l’essere stato partorito, vale a dire un evento che ha per soggetto mia madre e per complemento oggetto me. Prima di quel giorno, prima di quel momento, dovrei dunque concludere che io mancavo del tutto, che ero nulla, che sono spuntato come un fungo, alle ore ventidue di una sera qualunque.

La festa di mia madre

A voler essere rigorosi, quella dovrebbe dirsi festa di mia madre, giacché è lei che quel giorno ha partorito un figlio, che mi ha messo al mondo, che è divenuta mamma. Io, per contro, che cosa avrei compiuto di tanto memorabile rispetto al giorno precedente? Già mi nutrivo, già respiravo, già emettevo e percepivo suoni, già ricevevo segnali visivi e tattili. Il repertorio, insomma, era il medesimo; a mutare fu soltanto l’ambiente in cui lo esercitavo.

Mi si obietterà che prima difettavo di autonomia, appeso com’ero a un cordone che mi procurava nutrimento. Vero, tuttavia la dipendenza da quel cordone eguagliava in tutto quella dal capezzolo al quale subito dopo mi avvinghiai e senza il quale avrei trovato morte sicura. L’autonomia del neonato è, invero, una finzione consolatoria: muta il canale dell’approvvigionamento, permane intatta la soggezione.

Si ribatterà allora che la nascita coincide con il primo respiro autonomo. Il criterio ha una sua nettezza e proprio per questo si presta a essere messo alla prova. Che dire dei nati prematuri, i quali abbisognarono per settimane di respirazione artificiale? E che dire di quei casi, rari ma documentati, in cui si sceglie di ritardare quanto più possibile il clampaggio del cordone, mantenendo il neonato legato alla placenta? Se il criterio vale, costoro sarebbero altrettanti «non-nati», ovvero dovrebbero collocare il proprio compleanno all’anniversario del primo gemito autonomo, che con l’istante del parto può coincidere solo per accidente. Nessuno, che io sappia, ha mai proposto di rifare i calendari su questa base.

Chi ha percorso il tunnel

Poniamo che io festeggi il compleanno alle ventidue, l’ora in cui mia madre dice di avermi partorito. Ditemi allora, di grazia: prima di quell’ora, quando ancora io difettavo di esistenza, chi è che ha percorso il tunnel uterino, sospinto dale contrazioni e dalle mani dei medici, ma non senza fatica propria e propria determinazione? Dovrei supporre che vi fosse qualcuno, o peggio qualcosa, «altro da me», dotato di una sua intelligenza e di una sua indole ben prima dell’uscita... e che poi, al taglio di un cordone, con un istantaneo «zac», sia divenuto Antonio?

Il paradosso, si dirà, è retorico. Lo è soltanto per metà. Chi fissa il principio dell’io nel parto deve accettarne il corollario, ossia che il travaglio sia stato affrontato da un soggetto privo di identità, il quale l’avrebbe acquisita per effetto di un taglio chirurgico.

Il codice e il suo principio

Io voglio festeggiare, in verità, l’anniversario della nascita del mio io, piuttosto che quello dell’ora in cui il corpo di mia madre mi espulse, o quello in cui un medico mi privò di un’appendice ormai inservibile.

Potrei allora pensarmi come essere razionale e andare in cerca del mese in cui si formò la corteccia cerebrale, ovvero di quello in cui si compì l’apparato sensoriale; senonché si tratta di valori variabili e aleatori, buoni per una media statistica e inservibili per una data.

Resta la via del codice. Scientificamente io esisto (e ribadisco che qui rifuggo da ogni connotato morale o religioso) da quando esiste sulla faccia della terra un organismo unico e irripetibile che possiede il mio DNA: il mio embrione, dunque; e, prima, la mia blastula; e, prima, la mia morula; e, prima ancora, i miei blastomeri. Al di qua dei blastomeri, di Antonio si perde ogni traccia, perché manca il DNA di Antonio, che è l’unico codice inequivocabile ad attestarne scientificamente la comparsa nell’universo. Che cosa c’era, allora? Uno spermatozoo e un ovulo appena venuti a conoscenza l’uno dell’altro, ciascuno con un proprio DNA, che è il loro e resta il loro. Io sono venuto al mondo quando è venuto al mondo il mio DNA, poiché io sono, sotto questo rispetto, il mio DNA.

Il regresso e i suoi gradini

Se volessi spingermi oltre in cerca della materia organica che mi costituisce, piuttosto che del codice, dovrei risalire a mia nonna. Gli ovociti di mia madre (e fra essi quello che mi diede vita) erano già presenti nel grembo di lei quando mia madre era ancora feto: acquisizione classica dell’embriologia, che conserva intatta la propria vertigine. Tre generazioni compresenti in un medesimo ventre.

Se volessi spingermi oltre ancora, direi che i miei geni erano già disposti, in altre combinazioni, molte generazioni addietro e così di secolo in secolo. E se volessi spingermi all’estremo, direi che la materia di cui sono fatto esiste dai primordi dell’universo, dopo i quali nulla è stato veramente creato, ma soltanto ricombinato.

Oltre la combinazione genetica

Questa immagine dell’io, per quanto seducente nella sua nettezza, pecca di riduzionismo. So bene di essere altro che una fortunata combinazione genetica: ciò che sono è la mia memoria, la mia esperienza, la mia educazione, quanto ho vissuto e solo in parte quanto sono a livello organico.

Eppure, abbandonato il piano materiale per quello culturale, il regresso ricomincia da capo. La lingua stessa, che ha fornito gli strumenti con i quali il mio io si è andato costruendo, viene da molto lontano; e con essa i libri letti, i maestri ascoltati, le forme mentali ereditate senza saperlo. Anche qui dovrei scavare parecchio indietro, senza mai toccare un fondo.

Due misure della coscienza

Qualcuno obietterà che ciò che c’era prima non fosse ancora «io», difettando di coscienza. Anche a questo si può rispondere, purché si convenga sul significato del termine.

Se per coscienza intendiamo quella forza vitale che Percy Nunn chiamò ὁρμή (hormé), assumendo il vocabolo greco per designare l’impulso finalizzato che percorre l’organismo tanto nella veglia consapevole quanto al di sotto di essa, e che Maria Montessori pose al centro del proprio pensiero maturo come spinta interiore all’autocostruzione, allora quella coscienza era già operante in fase prenatale e forse assai prima.

Se invece per coscienza intendiamo una dimensione logica e razionale, comprensiva della memoria narrativa del sé, ossia di quel racconto continuo che ciascuno fa a sé stesso e che forse costituisce l’individuo sul piano sociale, familiare e culturale, allora il compleanno andrebbe posticipato a un tempo considerevole dopo la nascita: ai due anni, ai tre, a quel giorno imprecisato in cui il bambino comincia a dire «io» sapendo di dirlo. Il che equivarrebbe a spostare la festa in avanti, anziché indietro, e a lasciare senza anniversario il neonato.

Chi si sente da sempre

Quando proposi per la prima volta queste riflessioni, in forma assai più breve, due lettrici mi risposero muovendo da tradizioni in apparenza lontanissime, che tuttavia convergono nel punto essenziale.

La prima mi scrisse di sentire e di credere di esistere da sempre, mutando declinazione, utero e materia, e di fluttuare nell’attesa di una pienezza. È, riconoscibilmente, la postura delle spiritualità orientali e specificamente della tradizione yogica e vedantica, per la quale l’individuo empirico è forma provvisoria assunta da un principio che lo precede e gli sopravvive. La nascita vi diviene un episodio, per giunta ricorrente, entro una traiettoria di ben altra ampiezza; e il compleanno, a rigore, è l’anniversario di un travestimento.

La seconda, da versante cattolico, mi scrisse che avevo ragione, perché ero già nella mente di Dio e da Lui amato. La formula, di sapore agostiniano, colloca il principio dell’io in un luogo che sfugge per intero al calendario: l’eternità di un pensiero divino, nel quale la creatura è conosciuta prima di essere. Qui il regresso si arresta, perché incontra un fondamento privo di gradini.

Due lingue diverse, dunque, per dire la medesima cosa: il giorno del parto sta troppo avanti nel racconto perché lo si possa spacciare per principio.

Il conto giapponese

Esiste in Giappone un antico modo di computare l’età, detto kazoedoshi, secondo il quale il neonato viene considerato già di un anno al momento della nascita, e ciascuno aggiunge un anno al proprio conto al capodanno, piuttosto che al proprio anniversario. Il sistema, soppiantato dal computo occidentale con una legge del 1902 e ribadito da un’altra del 1950, sopravvive tuttora in ambito cerimoniale.

Una spiegazione tradizionale di quell’anno iniziale lo riconduce ai mesi della gestazione, computati come vita a pieno titolo; una variante più ardita vi aggiunge i tre mesi che corrispondono al ciclo di maturazione dello spermatozoo. Che si tratti di razionalizzazioni posteriori, piuttosto che della ragione tecnica del sistema, è probabile. Resta però il fatto culturale, ed è quello che qui importa: una tradizione che assegna alla vita prenatale un peso e una dignità che il nostro calendario le nega.

Il principio che preferisco

Considerato tutto ciò, se proprio devo fissare la data di un «inizio organico» del mio essere, la colloco al concepimento, piuttosto che al giorno in cui il mio organismo, già maturo di nove mesi, venne tratto fuori quasi per i capelli allo scopo di continuare a fare ciò che già faceva: mangiare, bere, dormire, respirare, udire, vedere, toccare e provare emozioni, sia pure in forme, modi e intensità diversi.

Del resto, il giorno in cui ricevo auguri resta un ottimo giorno per riceverli e me li tengo cari. Chiedo soltanto che si sappia di che cosa si celebra l’anniversario: di un trasloco, per quanto memorabile, piuttosto che di un principio.