Vaccini e obbligo vaccinale

Si può aderire alla causa dei vaccini e, insieme, interrogarsi sulla legittimità dell’obbligo? Fra scienza e politica corre un confine che attraversa il corpo della persona: dall’articolo 32 della Costituzione a John Stuart Mill, due questioni distinte che giova discutere separatamente.

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Vaccini e obbligo vaccinale

Due questioni distinte

Risposta aperta a Raffaele Milite

Ho letto con vivo interesse i tuoi ultimi interventi sui vaccini e prezioso stimo il lavoro di verifica che vai conducendo. Credo tuttavia che, accanto alla questione scientifica, ne sussista un’altra, distinta e meritevole di esame altrettanto attento: quella etica e politica dell’obbligo vaccinale.

Concediamo pure che un determinato vaccino presenti un profilo di sicurezza eccellente, che i suoi rischi risultino oltremodo contenuti e che il rapporto fra benefici e rischi penda con nettezza dalla parte dei primi. Rimane nondimeno una domanda: fino a che punto lo Stato può imporre a una persona un trattamento sanitario, vale a dire stabilire che cosa debba essere introdotto nel suo corpo? Qui si annida, a mio avviso, il nodo essenziale.

Finché lo Stato informa, raccomanda, promuove e si adopera per persuadere i cittadini a vaccinarsi sulla scorta delle migliori evidenze disponibili, poco vi scorgo che sollevi un problema di principio. Il quadro muta quando dalla raccomandazione si passa all’obbligo, giacché a quel punto entrano in tensione due valori di eguale dignità: da un lato l’autonomia individuale e il diritto di ciascuno a decidere del proprio corpo, dall’altro la tutela della salute collettiva e, specialmente per le malattie contagiose, la responsabilità che le nostre scelte comportano verso gli altri. Questa tensione, del resto, la nostra Costituzione la custodisce nell’articolo 32, il quale definisce la salute «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» e ammette l’obbligo di un trattamento sanitario soltanto per disposizione di legge, senza che questa possa mai violare «i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Né si tratta di un crinale soltanto teorico. La Corte costituzionale, chiamata più volte a vagliare gli obblighi vaccinali, ne ha subordinato la legittimità a condizioni precise, richiedendo che il trattamento giovi alla salute di chi vi è sottoposto non meno che a quella degli altri, che le conseguenze avverse si mantengano entro la soglia della normale tollerabilità e che, per l’ipotesi di un danno ulteriore, la legge appresti comunque un’equa indennità.

L’interrogativo di fondo precede, però, il dibattito sui singoli vaccini e affonda le radici in un terreno filosofico e politico assai più profondo. A scuola ci insegnavano che «la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri»; per questo a nessuno è concesso appellarsi alla libertà individuale per attraversare col semaforo rosso o per introdursi in casa altrui senza permesso. Nel caso di un trattamento sanitario, tuttavia, il problema si fa più delicato, poiché l’intervento investe direttamente il corpo, sicché il confine fra le libertà passa, qui, attraverso la persona medesima.

La domanda che mi pongo lascia dunque da parte sia il quesito se i vaccini “facciano bene o male” in generale, sia le ragioni dei no-vax, le cui argomentazioni reputo in gran parte prive di fondamento scientifico. Essa suona piuttosto così: quando il rischio per la collettività è grave al punto da giustificare una limitazione dell’autonomia individuale?

Per parte mia, ritengo che questa soglia debba collocarsi assai in alto e in ciò mi conforta la tradizione liberale, la quale, dal Mill del Saggio sulla libertà in avanti, ammette l’esercizio del potere su un individuo, contro la sua volontà, al solo fine di prevenire un danno ad altri. Posso comprendere l’obbligo quando incomba un’emergenza sanitaria grave, quando la malattia si riveli altamente pericolosa e contagiosa e quando manchino rimedi meno invasivi di pari efficacia. Assai più mi costa accettare che esso divenga strumento ordinario per il solo fatto che una determinata scelta sanitaria venga considerata, magari a buon diritto, la migliore.

In altri termini, l’adesione convinta alla causa dei vaccini nulla decide, di per sé, quanto all’obbligo vaccinale: sono due questioni distinte, delle quali l’una interpella la scienza, l’altra i principî della convivenza civile. Discuterle separatamente giova a entrambe.