Il papa, la zia e i soldi

Alla porta di casa un ragazzo recitava la sua cantilena: chiedeva offerte per la statua del papa Benedetto XIII, il papa di Gravina. Mia zia interpretò la cosa in modo singolare.

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Il papa, la zia e i soldi

Quando il potere spirituale e quello economico si incontrano, provvede una zia a rimettere ordine

Fra gli uomini illustri della mia città, Gravina in Puglia, si annovera a buon diritto papa Benedetto XIII, al quale sono intitolate vie e scuole. «Mi raccomando», ammoniva la nonna, «non devi dire “tredicesimo”, ma “decimo terzo”, perché in latino si dice così». L’uso antico le dava ragione, se ancora le encicliche di Leone XIII recavano in calce la formula «anno decimoterzo del Nostro Pontificato». Oggi dicono tutti «tredicesimo».

Diversi decenni or sono la diocesi fece erigere, nella piazza antistante la cattedrale, la statua del pontefice, alla quale concorsero con la loro parte anche le singole parrocchie. Se quelle offerte fossero destinate al monumento ovvero al solo allestimento della festa inaugurale, mi sfugge tuttora; sta di fatto che giovani volontari passavano di casa in casa a raccogliere l’obolo dei fedeli, secondo un uso che perdura in occasione delle feste patronali.

La formula della questua, lungi dall’attingere a un italiano limpido e fluente, suonava come una cantilena ostica e ricca di anacoluti, iterata a ogni uscio e pressappoco di questo tenore: «Buongiorno, signora, per favore mi potete dare un po’ di soldi per il papa, che la diocesi sta realizzando come sapete la statua di Benedetto tredicesimo e serve un’offerta per la festa dell’inaugurazione e siccome che voi siete della parrocchia ci hanno mandato e se volete un’offerta libera la potete dare? Grazie».

Nell’androne la tiritera, cantilenata a voce sostenuta, era già risuonata più e più volte; molti, ai piani superiori, si erano affacciati incuriositi per capire di che si trattasse e, intesa la questione, avevano già preparato gli spiccioli da consegnare al ragazzo. Avevo visto tutto anch’io e seguivo con spasso azioni e movimenti. Dopo i primi piani, invero, il giovinetto poteva risparmiarsi l’intera strofa, giacché appena diceva «Buongiorno, signora, per favore mi potete dare un po’ di soldi per il papa, che la diocesi sta…» ecco che subito veniva interrotto e riceveva fra le mani un gruzzoletto di monete.

Poi venne il turno del nostro uscio. Avevo preventivamente chiuso la porta, così che ad aprire fosse chi di dovere, vale a dire o mia nonna oppure una delle zie che abitavano con noi. Nessuno però avrebbe immaginato la reazione di mia zia, dettata da una logica a suo modo impeccabile, quantunque sospettosissima. Appena infatti il ragazzo cominciò: «Buongiorno, signora, per favore mi potete dare un po’ di soldi per il papa, che…», subito lo interruppe bruscamente: vattinn, ten tand sold u pap e vè cercann l sold da meik!, [vatˈtiːnnə, ˈtənə ˈtandə ˈsɔldə u ˈpapə e ˈve t͡ʃərˈkannə ˈlə ˈsɔldə ˈda ˈmeikə], ossia «ma va’ là, il papa, che di soldi ne ha tanti, viene a chiedere i soldi a me!». Ciò detto, chiuse la porta.

Le domandai, trattenendo il riso, chi mai avesse meritato simile trattamento. Mi rispose: «Un impostore; voleva farmi credere d’esser stato mandato addirittura dal papa per chiedermi dei soldi. Non sanno più cosa inventare!».

Allora scoppiai a ridere, chiamai a raccolta fratelli e cugini, con i quali vivevamo come in una grande tribù, e raccontai l’accaduto dal principio, esattamente come l’ho raccontato adesso a voi. Più tardi mia nonna uscì e si recò in chiesa a portare un’offerta. L’offerta per il papa.