Homo faber: non l’intelligenza, ma la progettualità

A distinguerci dal resto del vivente è la progettualità più che l'intelligenza: la capacità di fabbricare strumenti che fabbricano altri strumenti. Da Bergson all'intelligenza artificiale, una riflessione sull'homo faber e sul primo anello della catena.

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Homo faber: non l’intelligenza, ma la progettualità

«L’intelligenza, considerata nel suo insieme, è la facoltà di fabbricare strumenti artificiali, in particolare strumenti per fabbricare strumenti.» Così scriveva Henri Bergson nel 1907, in L’evoluzione creatrice. A più di un secolo di distanza, quella definizione conserva una scomoda attualità: ci costringe a chiederci dove finisca l’animale e dove cominci l’uomo.

Siamo abituati a pensare che sia l’intelligenza a separarci dal resto del vivente. Ma è un confine più poroso di quanto ci piaccia ammettere. I corvi della Nuova Caledonia piegano fili di metallo per estrarre cibo da una fessura. Gli scimpanzé scortecciano rametti per “pescare” termiti dal formicaio. Alcuni cetacei si proteggono il muso con spugne marine mentre frugano sul fondale. Non solo usano strumenti: in certi casi li costruiscono.

Eppure c’è qualcosa che manca. Ogni utensile animale nasce per uno scopo immediato e si esaurisce in esso: rompere un guscio, raggiungere una larva, difendersi. La catena si ferma al primo anello.

Ciò che rende unico l’essere umano non è dunque l’intelligenza in sé, ma la progettualità: la capacità di pensare uno strumento astratto, di migliorarlo nel tempo, di trasmetterlo culturalmente alle generazioni successive e soprattutto di costruire strumenti che servono a costruire altri strumenti.

È una differenza di natura più che di grado. Pensiamo a una semplice filiera:

Un tornio serve per costruire una fresa.
La fresa per produrre una vite.
La vite per tenere insieme una macchina.

Nessun corvo costruisce un utensile per costruirne un altro. Noi sì, e lo facciamo da sempre. È questo l’homo faber: non l’uomo che usa le mani, ma l’uomo che progetta a ritroso, che immagina mezzi per produrre altri mezzi, in una catena che (almeno finora) non conosce ultimo anello.

La portata di questa intuizione va ben oltre l’officina. La scrittura è uno strumento per fissare il pensiero; la stampa, uno strumento per moltiplicare la scrittura; il computer, uno strumento per elaborare ciò che la stampa diffondeva. E oggi costruiamo macchine che, a loro volta, contribuiscono a progettare altre macchine. La logica è la stessa che Bergson coglieva nel tornio e nella fresa: ricorsiva, cumulativa, aperta.

Forse è proprio qui la chiave per leggere la nostra epoca. Quando ci chiediamo cosa resti di “umano” in un mondo di intelligenze artificiali sempre più capaci, la domanda andrebbe rovesciata. Non quanto sono intelligenti le macchine, ma chi le progetta perché ne progettino altre. Finché l’origine della catena resta un atto di immaginazione, cioè la decisione di fabbricare uno strumento che ancora non esiste, per uno scopo che ancora non c’è, quel primo anello rimane saldamente nelle nostre mani.

L’animale risolve un problema. L’uomo costruisce gli strumenti per risolvere i problemi che non ha ancora incontrato. È una differenza piccola a dirsi, immensa a guardarla bene.