In difesa dell’intelligenza artificiale
Una celebre condanna dell’intelligenza artificiale attribuita a Noam Chomsky, una lettera di replica affidata a ChatGPT e uno scrupolo tardivo: la verifica della citazione. Ne esce una difesa dell’AI e, insieme, del gesto più antico del mestiere intellettuale: il controllo delle fonti.
Chi frequenta queste pagine conosce la mia prudenza in materia di intelligenza artificiale: la reputo uno strumento da adoperare con criterio e con giudizio; delle sue insidie ho del resto già scritto in «Atrofie. Due parabole sull’intelligenza artificiale», cui rimando il lettore che voglia approfondire. Altrettanto ferma è però la mia insofferenza verso chi la demonizza a priori, senza conoscere né i processi che la governano né i benefici che essa potrebbe arrecare, in campi di non poco momento, alla vita di tutti.
Fra i detrattori si annoverano nomi illustri e fra gli illustri nessuno viene brandito più volentieri di Noam Chomsky. Da tempo circola in rete, attribuita al linguista con tanto di testata e di data, come si conviene alle citazioni che esigono di essere credute, una condanna senza appello:
«Smettiamola di chiamarla “Intelligenza Artificiale” e chiamiamola per quello che è e che fa: un “software di plagio”. Non crea nulla, ma copia opere esistenti, di artisti esistenti, modificandole abbastanza da sfuggire alle leggi sul copyright. Questo è il più grande furto di proprietà intellettuale mai registrato da quando i coloni europei sono arrivati nelle terre dei nativi americani.»
Noam Chomsky, New York Times, 8 marzo 2023
Volendo sottrarmi alla polemica diretta, ho tentato un esperimento: ho chiesto proprio a un’intelligenza artificiale, per la precisione a ChatGPT, di replicare a quelle parole. Riporto la lettera come l’ho ricevuta, senza ritocco alcuno.
Egregio professor Chomsky,
vorrei condividere alcune riflessioni in merito alle sue affermazioni sull’Intelligenza Artificiale (IA).
L’affermazione secondo cui l’IA è semplicemente un «software di plagio» perché copia opere esistenti non è del tutto precisa. Sebbene sia vero che molti modelli di IA, come quelli di generazione di testo o immagini, si basano su dati preesistenti, il processo di creazione va oltre la semplice copia. Questi modelli combinano, modificano e reinterpretano i dati in modi che possono generare nuove idee e contenuti originali, esattamente come fa l’intelligenza umana.
L’idea che le IA «modifichino abbastanza da sfuggire alle leggi sul copyright» è una questione complessa e ancora in evoluzione dal punto di vista legale. Tuttavia, è importante riconoscere che esistono già normative e discussioni in corso per adattare le leggi sul copyright all’era digitale e all’uso dell’AI.
Definire l’uso dell’IA come «il più grande furto di proprietà intellettuale» è un’affermazione molto forte ed esagerata. La tecnologia IA offre strumenti potenti che possono essere utilizzati sia in modo etico che non etico. Il problema non risiede nella tecnologia stessa, ma nell’uso che ne viene fatto e nelle regolamentazioni che governano tale uso.
L’IA rappresenta una delle frontiere più avanzate del progresso tecnologico e ha il potenziale di apportare enormi benefici in molti settori, dall’assistenza sanitaria alla ricerca scientifica. Demonizzare l’intera tecnologia per il rischio di uso improprio non riconosce il suo valore e le sue potenzialità positive.
In sintesi, mentre è essenziale rimanere vigili riguardo alle implicazioni etiche e legali dell’AI, è altrettanto importante riconoscerne le capacità e i benefici potenziali. Il dibattito su come regolamentare e utilizzare al meglio l’IA deve essere equilibrato, basato su dati concreti e aperto a tutte le prospettive.
D’altronde, quanto scritto qui in risposta alle sue affermazioni apocalittiche è stato elaborato proprio da un’intelligenza artificiale e non mi sembra di aver fatto plagio di niente e di nessuno. Credo di aver formulato con rispetto e cortesia una risposta esauriente alla stregua di quella che avrebbe potuto generare un’intelligenza umana.
Cordiali saluti,
Chat GPT
Fin qui l’esperimento. La lettera, converrà il lettore, ha garbo, misura e perfino un guizzo d’ironia nella chiusa; a più d’un polemista in carne e ossa un simile equilibrio farebbe difetto. Restava però un ultimo scrupolo, che confesso tardivo: la verifica della citazione di partenza. Ebbene, quelle parole, così confezionate, Chomsky non le ha mai né scritte né pronunciate.
L’articolo dell’8 marzo 2023 esiste davvero. S’intitola «The False Promise of ChatGPT», reca accanto a quella di Chomsky le firme del linguista Ian Roberts e del filosofo Jeffrey Watumull e svolge una critica assai più radicale e, per certi versi, più raffinata di quella corrente sui social. I modelli linguistici vi sono paragonati a goffi motori statistici che, ingozzati di terabyte di testo, estrapolano di volta in volta la risposta più probabile; la mente umana, per contro, opera con pochissime informazioni e con sorprendente eleganza: cerca spiegazioni, là dove la macchina si appaga di correlazioni. Il plagio vi compare, sì, ma quale tratto morale della creatura: gli autori scorgono in ChatGPT una sorta di «banalità del male» fatta di plagio, di apatia e di elusione, giacché il sistema riassume con diligenza le posizioni altrui e rifiuta di prendere partito su alcunché. Del «software di plagio», del massimo furto della storia, dei coloni e dei nativi, in quelle colonne non v’è traccia.
Un nucleo autentico, peraltro, esiste. In un’intervista del gennaio 2023 al canale EduKitchen, discorrendo di studenti e di compiti in classe, Chomsky aveva davvero liquidato ChatGPT come «plagio high-tech» e come «un modo per evitare di imparare», sintomo, ai suoi occhi, di un sistema educativo che annoia. Su quell’appiglio genuino la rete ha innestato il resto: il paragone coi coloni, il verdetto sul più grande furto di sempre, la testata e la data apposte a mo’ di sigillo notarile. Nelle versioni più accorte il falso viene perfino saldato a un brano autentico dell’articolo, così che il vero faccia da garante al contraffatto. Il collage, come accade ai collage riusciti, seguita imperterrito a circolare.
Le ironie della vicenda, a contarle, sono almeno tre.
La prima: l’accusa di contraffazione viaggia essa stessa su parole contraffatte. Chi denuncia la macchina copiatrice diffonde un testo che nessuno ha scritto e vi appone una firma illustre perché acquisti autorità: preleva cioè materiale intellettuale altrui, lo altera quanto basta e lo rimette in circolo sotto mentite spoglie, replicando alla lettera il procedimento che imputa all’algoritmo.
La seconda: la macchina, chiamata in giudizio, si è difesa con una pacatezza che farebbe onore a molti polemisti umani; al pari di chi diffondeva la citazione, però, non si è avveduta che il capo d’imputazione era apocrifo; ha dunque argomentato, con tutta la cortesia del caso, contro parole mai pronunciate. La fluenza resta cosa distinta dal giudizio, la cortesia, dalla verifica.
La terza, la più istruttiva: il giornale che il falso arruola quale tribuna dell’accusa, il New York Times, sul finire di quello stesso 2023 ha trascinato per davvero OpenAI in tribunale, con una causa circostanziata per violazione del diritto d’autore, fondata su milioni di articoli adoperati nell’addestramento. Le contese vere sulla proprietà intellettuale esistono, dunque, e si combattono a colpi di atti e di argomenti, anziché di sentenze inventate.
In difesa dell’intelligenza artificiale dirò allora questo. Essa merita critici seri, che per fortuna esistono: il Chomsky autentico, con la sua tesi della mente che spiega mentre la macchina predice, è fra costoro; con lui conviene misurarsi, anziché evocarne un fantasma. Merita processi seri: le cause sul diritto d’autore, le regole sull’addestramento, il compenso di chi crea. Una cosa sola le andrebbe risparmiata, la stessa che dovremmo risparmiare a noi: il tribunale dei meme, dove il verdetto precede l’istruttoria e le firme si contraffanno per dargli peso.
Nelle due parabole già ricordate paventavo le atrofie che l’uso pigro della macchina può indurre nelle facoltà di chi vi si affida. Questa piccola vicenda mi persuade che l’atrofia più insidiosa precede l’algoritmo e ne fa volentieri a meno: consiste nel credere a una citazione perché conferma quel che già pensiamo e perché reca in calce un nome autorevole. Da un simile cedimento nessun software potrà mai salvarci; l’unico presidio resta la medicina antica del risalire alle fonti. La prima proprietà intellettuale da difendere è il discernimento di chi legge.