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Il meme dell’ape e della mosca: quando la presunzione comincia a ronzare

Un meme contrappone l'ape operosa alla mosca attratta dallo sterco e relega l'avversario nel regno dell'incomprensione. Dietro l'ironia si cela una fallacia e con essa la presunzione di chi si crede predestinato ad aver ragione.

Antonio Bronzini

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04 giu 2026 — 3 min di lettura
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Il meme dell’ape e della mosca: quando la presunzione comincia a ronzare

Da oltre un anno circola nei recessi più frequentati della rete un meme che accosta due insetti: una mosca e un’ape. Spesso la vignetta si presenta nella sua forma più scarna, priva di didascalie, altre volte la mosca reca l’etichetta «credente» e l’ape quella di «ateo», ovvero, secondo l’inclinazione ideologica del mittente, le due etichette si scambiano di posto, né mancano varianti di tenore più scopertamente politico, in cui la mosca diviene «comunista», «leghista» o qualsivoglia categoria che il momento elegga a bersaglio. Il testo che correda l’immagine recita: «Anche se l’ape potesse spiegare alla mosca perché il polline è meglio della merda, la mosca non capirebbe mai». Dietro l’apparenza ironica si annida un concentrato di arroganza che si traveste da brillantezza.

Che il meme circoli indifferentemente nell’una e nell’altra fazione, scagliato da ciascuna contro il proprio opposto, lo rende ai miei occhi tanto più degno di essere smontato. Si tratta, in verità, di un congegno a doppio taglio e a logica nulla. Che l’abbia divulgato un ateo per dileggiare i credenti ovvero un credente per denigrare gli atei, un uomo di destra per schernire gli avversari di sinistra ovvero il contrario, poco cambia: il messaggio sottostante resta immutato. Chi lo posta si riconosce nell’ape, creatura nobile e operosa, amante del polline e portatrice di miele, e assegna all’altro la parte della mosca, essere spregevole, attratto dal solo sterco e incapace di elevarsi.

Peccato che una simile costruzione configuri una fallacia da manuale: l’intero paragone poggia su un’accusa di incomprensione totale e incolmabile mossa all’altro, il quale, poveretto, non saprebbe intendere neppure ove gli fosse spiegato. In altri termini: se non la pensi come me, è perché sei affetto da una qualche inferiorità. Lo scambio di opinioni, sia pure contrastanti, cede a una diagnosi pronunciata ex cathedra, tra le forme più tossiche del disprezzo intellettuale.

Il sottotesto è insidioso: l’ape sono io che scrivo, la mosca è sempre e immancabilmente l’altro. Al di là della scorrettezza argomentativa, il meme reca con sé un messaggio che può sfociare in una forma strisciante di razzismo, ovvero di classismo culturale. Chi è la mosca? L’ignorante. Chi è l’ape? Il detentore della verità, il «risvegliato». O forse vale l’inverso? La forza retorica del congegno risiede appunto nella sua ambiguità manipolabile, giacché si presta a essere strumentalizzato da chiunque voglia incoronarsi illuminato, relegando l’altro nel regno della «merda». Sicché, alla fine, entrambi i contendenti (l’ateo come il credente, l’uomo dell’uno o dell’altro partito) rischiano di spargere il medesimo letame, pur illudendosi di distribuire nettare.

Resta da chiedersi se il paragone regga almeno sul piano scientifico. Neppure su quello, a ben vedere. Sotto il profilo naturalistico l’analogia esibisce ulteriore fragilità: la mosca si nutre sì di feci, ma anche di una quantità sorprendente di alimenti umani, di sostanze zuccherine e vegetali, e non disdegna affatto il polline e il miele. L’ape, dal canto suo, non vanta un palato più nobile: essa segue semplicemente l’istinto verso ciò che il suo organismo reclama. La presunta «superiorità» dell’ape è dunque frutto di una proiezione umana e non di un dato biologico.

La vera trappola, per adoperare un’immagine che attinge al medesimo campo dell’ape, consiste nel rinchiudersi in un alveare mentale. Il problema non risiede in chi si senta ape, né in chi venga additato come mosca, ma consiste piuttosto nel credere che esistano creature ontologicamente destinate a non comprendere e altre predestinate ad aver ragione. Chi pubblica il meme, persuaso di umiliare l’altro, si serra entro un pensiero univoco, incapace di calarsi nei panni altrui, di dialogare, di porre a confronto prospettive diverse. Allora, più che a un’ape o a una mosca, costui finisce per somigliare a un moscerino: minuscolo, petulante, convinto di librarsi in alto eppure prigioniero di un angusto mondo interiore, ovvero molesto come una zanzara che ronza senza costrutto.

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