Il mentore e la foresta
Un pomeriggio sospeso in una foresta labirintica. Un giovane mentore, compagni evanescenti, una donna enigmatica e un mostruoso presagio. Un racconto in cui mistero, desiderio e memoria si intrecciano.
Era un pomeriggio tiepido e il sole filtrava tra le fronde della selva immensa, che si apriva dinanzi a noi come un dedalo di sentieri tortuosi e di ombre che si allungavano sinistre, mentre gli alberi sembravano intrecciarsi in muraglie vive. Mi trovavo là con alcuni compagni, in un tempo che sfuggiva a ogni logica. Serbo ancora nitidi i volti di Enrico e Ivan. Ci eravamo dati appuntamento per ragionare dell’esame di maturità imminente, che incombeva su di noi quale giudice inappellabile. Con piglio sicuro mi offrii di aiutarli, in cambio, beninteso, di un compenso: sono sì un benefattore, ma non insegno gratuitamente come Socrate. Essi accettarono senza esitazione.
Mentre discorrevamo, tra il frusciare delle foglie, si profilò una figura nota: il nostro professore di filosofia, il Cardarelli. Approvò con un cenno il ruolo di guida che mi ero assunto, e insieme convenimmo che fosse essenziale portare con noi i programmi degli argomenti svolti.
D’un tratto mi parve di scorgere un sentiero là dove la selva, prima, si chiudeva compatta, sicché ci incamminammo lungo la discesa che fendeva la foresta come un valico aperto nel cuore della natura selvaggia. Tra i rami, il sole si rifrangeva in giochi di luce cangianti. Ivan, con discrezione, mi porse una somma, precisamente settecento euro. Sarebbero dovuti essere ottocento, senonché mi aveva chiesto uno sconto, che io concessi di buon grado. Enrico, viceversa, rimase in silenzio. Lo sapevo avaro, ma tra me confidavo almeno in un centinaio di euro. Nulla. Né proferì parola, né accennò ad alcuna ricompensa per le mie prestazioni.
Giungemmo infine a una radura, oasi segreta tra le querce. Al centro si ergeva un tavolo, con un computer e una stampante: il mio rifugio. Sentivo d’averlo sempre saputo. Stampai quattro copie del programma: una per me, una per il professore, una per ciascuno dei compagni. L’argomento da trattare aveva del fascino: «Gli animali meravigliosi nella letteratura latina». Lo annunciai con orgoglio. Come per incanto la foresta rispose: uccelli dalla livrea iridescente, simili a pavoni, si posarono sui rami, quasi a suggellare la validità della nostra ricerca. Il Cardarelli annuì, compiaciuto. Toccava ora rientrare.
La salita, che dalla foresta conduceva fuori, era particolarmente ripida. Mentre procedevamo, Enrico, finalmente, mi si accostò: mi tese cento euro e, con tono sfuggente, me ne chiese cinquanta di resto. Mi trattenni dal manifestare il disprezzo che la sua spilorceria m’ispirava, tuttavia «ogni lasciata è persa», pensavo, e accettai l’accordo.
Il professore, a dispetto della sua zoppia, procedeva con prodigiosa rapidità, fino a sorpassarci, e quando si dileguò all’orizzonte, mi domandai se davvero lo avessimo mai incontrato. Noi proseguimmo con passo più lento, finché lungo il cammino c’imbattemmo in una piccola villa, da dove uscì una donna. Era giovane e di rara avvenenza: occhi neri e insondabili, capelli castani a caschetto, un corpo sinuoso che aveva la levigata perfezione d’una statua antica. Disse di chiamarsi Laura e a nostra volta ci presentammo. Volle sapere che cosa facessimo e ascoltò le nostre risposte con un sorriso enigmatico. Poi ci mostrò altre creature singolari: scimmie che balzavano tra i rami e, poco lontano, su una collina, una leonessa dal volto umano, quasi una sfinge, che però non era affatto elegante e armoniosa, ma piuttosto appariva come un mostro, un quadrupede dalla faccia sì femminile, ma deformata, ambigua, orrenda e affascinante al tempo stesso. Avanzava lenta, con le zampe rigide, come se il corpo e il volto non appartenessero a una stessa creatura. Poi emise un suono che non avrei mai voluto udire, un mugolio spezzato, umano e insieme bestiale.
Mentre io rimanevo impietrito dallo stupore, Ivan, noncurante, rivolse a Laura goffe profferte amorose, e ben traspariva quanto la desiderasse. Ma ella rimase impassibile. Enrico smarrì ogni interesse, tanto per la donna quanto per le creature, e si allontanò. Io, al contrario, ero al contempo attratto dalla bellezza della giovane e incuriosito da ciò che ci aveva mostrato. Le domandai, dunque, se conoscesse altri particolari dell’animale. Mi spiegò che era docile, ma che, qualora avesse ceduto alla ferocia, sarebbe divenuto crudele, perciò, aggiunse, ella aveva fatto erigere delle sbarre dinanzi alla villa, a propria difesa, nel caso in cui la belva fosse discesa famelica dalle colline e si fosse diretta verso il cuore della foresta. La ragazza seguitava a parlare e io ne ero sempre più avvinto: m’intrigavano la sua sicurezza e, insieme, il suo mistero. Con un sorriso le chiesi come mai una fanciulla così bella potesse vivere sola in mezzo a una foresta; sola, rimarcai, senza un compagno. Ella intese le mie intenzioni e, con tatto, deviò il discorso: aveva altro da fare, soggiunse, doveva aprire la porta del garage.
Disilluso la salutai e ripresi il cammino. I compagni, ormai, erano svaniti, e il professore da tempo. La foresta era muta. Affrettai il passo lungo la salita, verso lo sbocco del sentiero, mentre nella tasca stringevo il denaro poc’anzi ricevuto, nel timore di smarrirlo. Pensavo a quanto fruttuoso fosse stato il mio lavoro e a come, finalmente, più non avrei dovuto chiedere alcun contributo a mio padre per i miei studi. Ne sarebbe stato orgoglioso. Strano, per qualche istante dimenticai che mio padre era morto già da diversi anni.
Quasi al termine della strada rividi i programmi che avevo stampato. I fogli volavano al vento. Il cuore mi sussultò. Qualcuno aveva rapito i compagni? O forse, distratti, erano fuggiti via, abbandonando i fogli dietro di sé? Dovevo scoprire dove fossero andati, quale direzione avessero preso e tentare di seguirli. Senonché, proprio mentre correvo, il denaro mi sfuggì dalle tasche. Mi arrestai di colpo, tornai sui miei passi, raccolsi le banconote con furia, le arrotolai e le riposi nella tasca anteriore dei calzoni. Qualcuno mi aveva visto? Avvertivo la netta sensazione d’essere osservato.
Infine, dopo lungo cammino, all’uscita della foresta si stagliava una figura immobile, che pareva attendermi. Era Laura, la fanciulla incontrata poco prima. Che faceva in quel luogo? E, soprattutto, come aveva potuto precedermi in cima alla salita, senza che io me ne accorgessi? Aveva forse imboccato una scorciatoia? Ma non vi badai e le corsi incontro. Stavolta, però, fu lei a blandirmi e a lusingarmi, dapprima quasi con ingenuità, poi con piglio via via più provocante. Mi lodò, disse d’aver appreso dai miei amici quanto fossi colto, poi mi fissò negli occhi e si accostava sempre più. «Sei eccitato?», mi sussurrò. Arrossii. Mi indicò una casa cantoniera poco distante, lasciando intendere che avremmo potuto trascorrervi qualche momento insieme, noi due, soli. La seguii, ma, appena varcata la soglia, mi arrestai un istante. Qualcosa stonava. Laura era troppo perfetta, troppo sicura di sé, e quella casa abbandonata sembrava vuota, eppure vuota non era. Ella mi prese per mano e sorrise. Era troppo tardi. All’interno c’erano due uomini, o così mi parvero, perché la penombra li riduceva a due sagome nere: due ombre mastodontiche, simili a golem di pece sprofondati in un divano lacero e lercio, tra il fumo degli spinelli e il tanfo del whisky. Ne distinguevo appena i piedi laidi, callosi, poggiati su uno sgabello. Compresi all’istante: era una trappola. Mi voltai di scatto e, certo ormai d’esser stato ingannato, respinsi la donna e mi diedi alla fuga verso la strada maestra, l’ampia via asfaltata che correva ai margini della foresta. Acceleravo l’andatura, ma invano: i due scagnozzi, complici della bella Laura, mi avevano già intercettato. Ne udivo i passi alle spalle. M’intimarono di fermarmi. Poi spararono. Il primo colpo quasi mi sfiorò, il secondo lo schivai per miracolo. Avrei potuto gettare il denaro e confidare che mi lasciassero andare: forse non desideravano altro che rapinarmi di quanto avevo guadagnato. Ma non potevo gettar via le banconote. Avrei perso l’occasione di rendere mio padre fiero di me.
Correvo, correvo più veloce che mai. Invocavo aiuto a ogni vettura di passaggio. Nessuno si fermò. Un autobus rallentò, ma il conducente, appena mi vide, mi ignorò, e non aprì le porte neppure alla fermata. «Polizia! Polizia!», gridavo disperato. Gli inseguitori erano sempre più vicini, i colpi sempre più vicini. Il fiato mi si spezzava. Gridai ancora più forte, finché, in un ultimo, disperato «Polizia!», mi destai. Il cuore martellava nel petto, il sudore mi imperlava la fronte e l’eco della mia voce ancora vibrava nella stanza buia. Mi alzai ancora scosso e guardai dalla finestra i primi bagliori del sole, che appena iniziava a rischiarare il cielo ancora livido, nella speranza di trovare un po’ di pace. Ma subito sussultai, quando qualcosa attrasse il mio sguardo. Lontano, sulle colline, una sagoma si moveva avanti e indietro. Avanzava lenta, con le zampe rigide, come se il corpo e il volto non appartenessero a una stessa creatura. Poi emise un suono che non avrei mai voluto udire, un mugolio spezzato, umano e insieme bestiale.