IL ZANZARO
Estate 1980. Una madre di ritorno da Londra racconta al figlio del «zanzaro», un finto maschio robotico che fulmina le zanzare femmina. Un ricordo d'infanzia fra gotico, ironia e licentia antiquitatis.
Non a tutti è noto che soltanto le zanzare femmine pungano. Lo fanno per rifornirsi del sangue che sottraggono agli altri animali, e fra questi all’uomo, poiché in quel sangue ingerito si annidano le proteine che occorrono alla maturazione delle uova. Ecco perché punge la femmina, e non il maschio, perché sono le femmine a deporre le uova.
Ancora oggi, dicevo, l’amena curiosità zoofila resta ignota a molti, sebbene ciascuno di noi abbia ormai a portata di mano una tastiera connessa a internet. Saperlo negli anni Ottanta, quando io mi formavo, sarebbe stato qualcosa di prossimo all’esoterico: frutto di arcane ricerche su tomi mai ben precisati, ovvero rivelazione di fonti occulte quanto fededegne.
Già sul finire degli anni Settanta, peraltro, tra i millantati oggetti fantascientifici venduti per corrispondenza dalla ditta Same-Govj, relegati nelle ultime pagine di riviste e giornali, qualcuno giura di aver scorto un apparecchio reclamizzato con lo slogan «mai più fastidiose punture», il quale, producendo il richiamo della zanzara maschio e attraendo con esso le femmine, le avrebbe sterminate catturandole al proprio interno. Si trattava però di una ditta poco seria, o che comunque tentava di carpire la buona fede dell’italiano medio, reduce dal presunto boom economico, in cerca di bambole gonfiabili, di occhiali a raggi X, di altre paccottiglie voyeuristiche, ovvero di discutibile funzionalità.
D’altronde si millantano ancora oggi allontanatori di zanzare a ultrasuoni che null’altro allontanano se non i soldi dal portafoglio di chi li acquista. Ma quarant’anni fa di ultrasuoni si parlava solo nei film, non certo nei supermercati.
Correva l’anno 1980, ed era estate. Scompariva dietro i vetri di larghetto San Francesco la sagoma ieratica del mio bisnonno, bianco per antico pelo: nonno Matteo, per tutti don Matteo De Marinis, che ai tempi della sua baldanza avrebbe fatto tremare più d’uno di timore reverenziale e di rispetto... don Matteo.
I miei giovanissimi genitori erano partiti per Londra. Sposatisi quando non avevano ancora vent’anni, i giovincelli che mi avevano messo al mondo decisero quell’estate di affidare me e mio fratello alla custodia del sacro tempio della Nonna e delle zie, con nostro immenso piacere nell’abitare l’incantevole maniero. Si diedero così all’«on the road» della beat generation, un po’ vitelloni e un po’ capelloni, fino a giungere nel paradiso interculturale, punk, dark e psichedelico della Londra di quegli anni.
Poi tornarono, perché nonno Matteo era morto. Era vecchio, stanco e malato.
Quando muore qualcuno cui ci lega un filo, lo si avverte anche a distanza: si spezza un filamento sottile e la sua anima ti compare ovunque tu sia. Così accadde a me, diversi anni dopo, alla morte di zia Maria, mentre praticavo la mia ginnastica yoga. La sentii. Poi giunse la telefonata di papà. Per fortuna l’Altissimo mi diede modo di recuperare spazi e dimensioni eterne, sicché posso asserire con certezza estrema e inequivocabile che ciò che chiamiamo non-essere altro non è se non un’effimera modalità dell’essere, dovuta solo a limitazioni percettive nell’immediato.
Nel 1980 non esistevano né internet né cellulari, ma soltanto i telefoni a gettoni. Si parlava per pochi secondi, si udiva la voce tremolante... appena un ciao e subito il tonc tonc del gettone, e cadeva la linea. Preistoria! Chi non l’ha vissuta, non può immaginarla.
Al loro ritorno i miei mi portarono la caramella gommosa a forma di denti da vampiro, il libro a rilievo Haunted House e altre cose horror di vario genere che molto prediligevo, incline com’ero fin d’allora allo spirito gotico e al noir. Infine mamma, vedendomi coperto di punture di zanzara, mi parlò del «zanzaro».
Mai ho appurato se fosse una storiella inventata o una leggenda metropolitana, ma sta di fatto che nulla ho mai visto di ciò di cui all’epoca mi parlò, né più gliene chiesi. E se mi fossi inventato tutto io? Non voglio nemmeno saperlo, dopo tutti questi anni. Vi riporterò le cose non come sono o come furono, bensì come le ricordo, con quella che i latini chiamano licentia antiquitatis.
Ebbene, mamma mi disse: «Le zanzare che pungono sono le femmine, non i maschi, poiché è alle femmine che serve il sangue (e fin qui ci è ben noto). Allora in Inghilterra hanno escogitato uno stratagemma chiamato the male mosquito, “il zanzaro”, ossia una zanzara maschio finta, un piccolo robot da posare sul comodino, il quale attira le femmine e, quando esse gli si avvicinano, le fulmina con una scarica elettrica. È un sistema ecologico, senza insetticidi né unguenti, forse presto arriverà anche in Italia». Forse mamma alludeva a quel marchingegno che attraeva le zanzare femmina col suono, ma nel suo racconto pareva trattarsi di un vero e proprio «zanzaro», con tanto di ali, di muso e di zampe, insomma un microrobot deputato a sterminare le femmine. Buffo, no? Inutile dire che nulla di simile ho mai visto, né in Italia né altrove. Ma l’intera vicenda non finisce qui.
Tempo dopo, trascorsi ormai alcuni mesi, in un autunno umido e freddo, a casa di nonna una sera nella mia cameretta mi spogliavo e, rimasto in mutande, chiamavo mia nonna affinché mi porgesse il pigiama, lasciato a intiepidire sul termosifone.
Ella prende il pigiama e, nel porgermelo, si avvede che vi sta appollaiato un grosso insetto, il quale non accenna a muoversi. La nonna sorride, credendolo un insetto di gomma collocato lì da me per scherzo, e chiede retoricamente: «Uh! E questo che cos’è?».
A quel punto l’insetto, grosso all’incirca quanto un calabrone, quasi in risposta alla domanda, comincia a ronzare in modo assai sonoro, senza tuttavia spostarsi, né volare, né muoversi di un millimetro. La nonna ride ancor di più, persuasa che l’oggetto sia per davvero un giocattolo rumoroso, e ridendo dice: «Ma... ma questo è un moscone sonoro!».
Io vorrei metterla in guardia, spiegarle che è un insetto vero, che nulla ha a che fare con i miei giochi e che c’è poco da scherzare, ma poi per brevi istanti prendo a perdermi nei pensieri. Da dove mai sarà entrato un insetto del genere? E perché proprio sul mio pigiama? E perché ha cominciato a ronzare solo dopo che la nonna ha parlato? E, soprattutto, perché, pur ronzando, non ha avvertito il consueto istinto della paura, e non è volato via, né ha tentato di attaccarci? Dunque, escluso che possa essere un insetto giocattolo e che possa avercelo messo io, vuoi vedere che si tratta del famoso ZANZARO? Ha tuttavia la forma e le dimensioni di un calabrone, ma è logico: deve pur contenere tutti i circuiti per riconoscere la zanzara femmina, per emettere il ronzio, per scoccare le scariche elettriche, quindi non potevano di certo costruirlo nelle fattezze del troppo minuto zanzaro, così lo hanno progettato a foggia di calabrone, ma — lo ribadisco! — sarà senza dubbio... senza dubbio un zanzaro! Sì, quello è il zanzaro! Il ronzio che udiamo sono le scariche elettriche con cui uccide le zanzare femmina! Ma chi mai avrà portato qui un zanzaro? Forse mamma, da Londra, e non ce l’ha detto?
Balenandomi in un attimo questi pensieri, secco rispondo alla nonna: «No, nonna, ferma, non è un moscone! È un zanzaro!». E séguito a gridare: «È un zanzaro!». La nonna rimane impietrita, vedendomi serio e con fare tutt’altro che scherzoso: «Un zanzaro??». E ne ha ben donde, poiché stavolta il calabrone (che un zanzaro non era!) si stacca dal pigiama, si avventa sul pollice della nonna, la punge, e tutta la mano le si gonfia a dismisura.
«Ah!», urla la nonna, che adesso realizza che la situazione è tutt'altro che ludica. «Forza, Tonino, esci dalla stanza! Carolina, aiuto!». Io, a piedi nudi e in mutande, esco dalla stanza, seguìto da nonna che corre a prendere un unguento antistaminico sotto le cure di zia Maria, mentre chi entra ora in scena è la super... zia Carolina, la quale, irrompendo nella cameretta, a mani nude e col gesto del «sole piatti» uccide al volo il calabrone.
Le leggende narrano che vi si sia perfino seduta sopra in segno di trionfo, nell’atto, corpulenta com’era la zia, di far strage e onta dei resti mortali della bestia immonda; ma già all’epoca fu confermato che la notizia, costruita da noi nipoti a posteriori, fosse da reputarsi inequivocabilmente spuria.