Un dio con la minuscola
Nel 1965 Guccini scrisse «Dio è morto». La Rai ne vietò la trasmissione, giudicandola blasfema; Radio Vaticana la mandò in onda. Sessantun anni dopo, il giorno delle esequie del cantautore, quel paradosso conserva una lezione: il bigottismo sorge dalla paura delle parole, piuttosto che dalla fede.
La censura di «Dio è morto» e la lezione che ne resta sessantuno anni dopo
Nel 1965, quando aveva venticinque anni e la contestazione era ancora un rumore lontano, Francesco Guccini scrisse il testo che sarebbe divenuto, suo malgrado, il più celebre della sua produzione: «Dio è morto (se Dio muore, è per tre giorni poi risorge)». Il brano attese l’aprile del 1967, quando fu inciso in contemporanea da Caterina Caselli e dai Nomadi, alla cui voce, quella di Augusto Daolio, si deve la fortuna popolare che ne fece l’inno di una stagione.
Il titolo rinvia, com’è ovvio, alla formula nietzschiana; le radici del brano, tuttavia, si diramano più larghe di quanto la citazione filosofica lasci supporre. Per l’incipit Guccini dichiarò di aver attinto ad alcuni versi dell’Urlo di Allen Ginsberg, il poemetto del 1956 che aveva insegnato a una generazione a guardare i propri coetanei disfarsi lungo le strade; un secondo spunto gli venne dalla copertina del Time che recava, in caratteri rossi su fondo scuro, l’interrogativo «Is God dead?»1; un terzo, infine, da certi suoi versi anteriori, intitolati «Le tecniche da difendere», che egli stesso ricondusse a una suggestione eliotiana.
Il bersaglio, però, stava altrove che nella fede. Ciò che quel testo aggredisce è un mondo svuotato di autenticità: le fedi ridotte ad abitudine e a paura, la politica ridotta a carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, i miti della razza e i campi di sterminio, gli odi di partito e una società che trasforma in consumo qualunque cosa tocchi. Guccini tenne a precisarlo: quel dio era «un dio con la minuscola», simbolo di un’autenticità alternativa alle finzioni, del cui tradimento una generazione insoddisfatta si sentiva in dovere di render conto2. E la canzone si chiude, invero, su una resurrezione piuttosto che su una morte, scandita da un’anafora insistente che affida ai giovani il compito di edificare ciò che manca. La speranza finale, spiegò l’autore molti anni dopo, gli parve doverosa perché in quegli anni «la speranza covava veramente»: nessun artificio consolatorio, dunque, bensì una diagnosi.
Accadde poi qualcosa che rasenta il grottesco. La Rai vietò la trasmissione radiofonica e televisiva del brano, giudicato blasfemo, mentre Radio Vaticana, nel medesimo periodo, lo mandava in onda ripetutamente. Pare che lo stesso pontefice, Paolo VI abbia personalmente apprezzato il brano, definendolo un lodevole esempio di esortazione alla pace e di richiamo a princìpi morali sani; prove certe che sia stato lui ad autorizzarne la messa in onda, tuttavia, mancano. Lo stesso Osservatore Romano annoverò quella voce fra le leggende legate alla canzone, sia pure qualificandola come «perlomeno verosimile»; un accertamento più recente, condotto da Brunetto Salvarani interrogando direttamente i protagonisti, attribuisce la decisione definitiva della messa in onda a due giornalisti dell’emittente vaticana, per i quali si trattava di rendere omaggio al linguaggio con cui i giovani chiedevano di esistere nella società3.
Il paradosso, comunque si sciolga la questione, resta intero e magnifico: la radio del papa comprese che cosa dicesse «Dio è morto»; la televisione di Stato no. Lo scandalo consistette nell’incapacità, da parte dei bigotti della Rai, di arrivare in fondo al testo, di ascoltare l’ultima strofa prima di deliberare.
Francesco Guccini è morto il 6 agosto 2026, a ottantasei anni, nella sua casa di Pavana. La Rai gli dedica in questi giorni, a buon diritto, omaggi e ricordi; va detto per correttezza che nelle proprie cronache essa ha rievocato altresì quella lontana censura. E ciò le torna a merito, giacché il riconoscimento di un vecchio errore riesce assai più dignitoso della sua rimozione.
Quella censura conserva, del resto, il valore di una piccola lezione ancora attuale. Il bigottismo, quando si manifesta, di rado sorge dalla fede; nasce piuttosto dalla paura delle parole, dall’automatismo delle istituzioni e dall’incapacità di comprendere ciò che si pretende di giudicare. È tentazione trasversale a ogni parte politica e a ogni confessione; appartiene a chiunque preferisca il titolo al testo e il riflesso condizionato alla lettura.
La mattina dell’8 agosto nel cortile della casa di Guccini a Pavana si sono svolte le esequie private, per volontà dell’artista, affidate a letture e a ricordi familiari, concluse dalla preghiera e dalla benedizione del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, che a Guccini era legato da amicizia antica. Sessantun anni dopo, la simmetria è perfetta: la Chiesa era ancora là ad ascoltare... e ad ascoltare bene.
[1] La copertina reca la data dell’8 aprile 1966, posteriore dunque all’anno in cui l’autore collocò sempre la stesura del testo. L’incongruenza, che nessuna delle ricostruzioni disponibili risolve, consiglia prudenza sulla cronologia della genesi: verosimilmente il brano conobbe una gestazione distesa su più mesi, ovvero la datazione al 1965 va intesa in senso lato.
[2] La precisazione è raccolta nel commento di Gabriella Fenocchio all’edizione delle canzoni, che restituisce fra l’altro i versi di una strofa poi espunta, di evidente ascendenza ginsberghiana; per coerenza quel commento adotta la minuscola nel corpo del testo, riservando la maiuscola alla sola strofa conclusiva.
[3] Salvarani, teologo e biografo del cantautore, ha riferito la ricostruzione ai media vaticani nei giorni successivi alla morte di Guccini. La formula «perlomeno verosimile» compare nell’intervista pubblicata dall’Osservatore Romano nel gennaio 2010, già uscita sulla rivista Vita e Pensiero nel 2009.