La norma e il suo doppio

Vannacci ha detto che l'omosessualità «non è normale». C'è chi lo condanna aspramente e chi lo giustifica in nome della logica. Ma una parola non vale solo per ciò che significa, ma anche per ciò di cui l'uso l'ha caricata. E «non è normale», purtroppo, non equivale a dire «non è la norma».

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La norma e il suo doppio

Circola da qualche giorno, sui social network, accanto alla feroce condanna per quanto proferito da Vannacci a proposito dell’omosessualità, una minoritaria difesa accorata che si appella alla logica, e, proprio nel nome della logica, accusa d’illogismo chiunque dissenta. Il senatore avrebbe osservato che l’omosessualità «non è normale», ossia, si precisa, che non è la norma per la specie umana né per la popolazione italiana, senza con ciò pronunciare alcun giudizio di valore, senza dichiararla brutta, sbagliata o da vietare. Donde la conclusione: chi si offende non sa ragionare, confonde una constatazione statistica con una condanna morale.

Il ragionamento ha un suo decoro e lo riconosco volentieri, eppure poggia su un equivoco che vale la pena dissodare, perché tocca non il caso contingente, presto dimenticato come tutte le querelle dei social, bensì un nodo durevole intorno a cosa siano e a come operino le parole.

Anch’io potrei dire che chi legge speditamente il greco antico «non è normale»: infatti non è la norma, non è cosa da tutti, e la statistica mi darebbe pienamente ragione. La frase, formalmente ineccepibile, suonerebbe tuttavia bizzarra, e nessuno la pronuncerebbe sul serio. Il motivo è semplice, e merita di essere enunciato con nettezza. La questione non è cosa una parola significhi oggettivamente, bensì quale accezione abbia assunto nel tempo.

Una parola, in verità, si carica di significati che non le appartengono in proprio, ma che le vengono depositati addosso dalla storia, dall’uso o dalla semplice consuetudine. Il senso etimologico resta sul fondo, certo, e talvolta affiora; sopra di esso, però, si stratifica una patina di sfumature accessorie che la pratica linguistica rende a poco a poco inseparabili dal vocabolo. A trascurare questa sedimentazione si scambia il dizionario per la lingua viva, quasi che il primo esaurisse la seconda.

Soccorre qui un esempio che adopero a solo titolo dimostrativo, e che proprio per la sua delicatezza illustra il punto meglio di ogni altro: l’aggettivo «negro». In sé, l’etimologia lo dichiara innocente, poiché discende dal latino niger, vale a dire nero, e sopravvive tale e quale nello spagnolo corrente col significato di nero. Eppure chi lo rivolgesse oggi a un africano lo vedrebbe percepito come oltraggio, e nessuna disquisizione etimologica varrebbe a disinnescarlo. La storia ha caricato quella sequenza di suoni di un peso che il latino ignorava e quel peso ormai la accompagna.

Lo stesso accade, mutatis mutandis, con «normale». Deriva da «norma», nessuno lo nega; senonché dire «non è la norma» e dire «non è normale» purtroppo non è la stessa cosa, per quanto sul piano strettamente linguistico lo sia. «Non è normale» equivale infatti a «è anormale», e l’aggettivo «anormale» trascina con sé una scia di connotazioni negative, cliniche quando non spregiative, che la fredda locuzione statistica non possiede. Ho scritto purtroppo, e a ragion veduta, giacché in questo scarto si annida tutto l’equivoco.

Nella comunicazione quotidiana, infatti, non governa la logica, bensì l’analogia, la quale, pur essendo a sua volta una figura del ragionamento, dista assai dalla logica pura nel senso aristotelico del termine. Procedendo per analogia, la gente non si domanda quasi mai «cosa significa propriamente questa parola?», ma piuttosto «come è stata usata, di solito, questa parola?»: e di lì, dall’eco degli impieghi consueti più che dal nucleo semantico originario, scaturisce la fallacia. Una fallacia che, lo ripeto, la consuetudine ha promosso a regola tacita. Per questa via «l’omosessualità non è normale» finisce col risuonare come «l’omosessualità è una deviazione, una malattia», quali che fossero le intenzioni di chi parla.

Mi accadde, qualche anno addietro, di definire «ignorante» un politico allora celebratissimo e i suoi seguaci mi assalirono con asprezza. Spiegai pazientemente che «ignorante» altro non è se non il participio presente di «ignorare», ossia «colui che ignora, che non sa», e che intendevo proprio questo: che il personaggio non padroneggiasse le materie di cui discettava. La precisazione, impeccabile sul piano logico, giunse vana. Fu un giornalista, in seguito, a chiarirmi il meccanismo: nell’epoca di internet e dei social questi termini vanno sempre contestualizzati ed esplicitati, poiché affidarsi al loro senso intrinseco, benché procedura corretta e ineccepibile, non basta più.

So bene dove conduce questa china: verso l’abisso bigotto e tirannico della cosiddetta neolingua imposta dal politically correct, dove ogni vocabolo è sorvegliato e ogni accezione passata al vaglio del sospetto. Ci siamo dentro, tuttavia, e battere i piedi non giova. Lungi da me l’invito ad accettarne supini ogni diktat; nondimeno, ribellarsi appellandosi a «ciò che la parola significa linguisticamente» è strada parimenti sterile, perché combatte la lingua viva con il vocabolario, e la lingua viva non si lascia ingabbiare. Se davvero si vuole opporre resistenza, la si opponga argomentando, puntualizzando di volta in volta il senso con cui un termine viene adoperato. Questo è scomodo, certo, però al momento è l’unica via d’uscita praticabile.

Per quel che mi concerne, dunque, Vannacci formalmente ha peccato di superficialità, piuttosto che di razzismo o di discriminazione: ha affidato a una parola insidiosa un compito che essa non poteva assolvere senza equivoco, questo a prescindere da ciò che intendesse davvero. Se poi nel suo intimo la pensasse in accezione discriminante, sarebbe affare della sua coscienza, come il giudicarlo, nel bene o nel male, è affare della coscienza di chi giudica. Quanto a me, sospendo il giudizio, e lo sospendo indipendentemente dalla simpatia o dall’antipatia che la persona possa ispirarmi.