Lettera aperta ad Adriano Virgili

Sul realismo della risurrezione e sull'ateismo come fede. Dalla non-località quantistica alla teoria delle stringhe: come la fisica contemporanea sgombera il campo dalle obiezioni materialiste alla presenza eucaristica.

Condividi
Lettera aperta ad Adriano Virgili

Antonio Bronzini — 29 maggio 2026

Stimatissimo Adriano, salute.

Ho letto con vivo interesse il tuo recente scritto sul realismo della risurrezione e i limiti del riduzionismo1. L’ho molto apprezzato come, se ricordi, già apprezzai il primo tuo articolo sul Corpo di Cristo oltre lo spaziotempo2, al quale offrii già allora un mio commento. Permetti dunque che, dell’uno e dell’altro, ti renda ragione ora in forma più distesa.

Già in quel mio commento del nove maggio scorso suggerivo che la cosmologia contemporanea, lungi dall’opporsi alla fede nella risurrezione, sembra anzi sgomberare il campo da certe obiezioni razionalistiche di sapore ottocentesco. Quel suggerimento, che mi pareva allora di pronunciare quasi in punta di piedi, mi pare oggi confermato dalla solidità con cui tu, nel nuovo articolo, hai mostrato la radice metafisica del problema. Sicché questa mia lettera vorrebbe essere il terzo movimento di una conversazione che, mi auguro, non si arresterà.

In primo luogo, ti dirò con franchezza che un confronto pacato con un ateo radicale è, a mio giudizio, fatica spesa invano, per due ragioni, l’una di principio, l’altra di fatto. La prima è che l’ateismo, pur fingendosi atteggiamento critico, sguardo obiettivo e realistico sulle cose, è in verità una fede: e come ogni fede possiede convinzioni profonde, dogmatiche, indimostrabili, quali appunto i dogmi sono per loro natura, e perciò irremovibili. L’ateismo non è il termine di un percorso, ma una scelta di fondo che lo precede e ne orienta gli esiti. Tra un ateo convinto e un integralista di qualsivoglia religione o setta io non scorgo, in verità, differenza alcuna.

Il secondo punto riguarda quella varietà particolare di ateismo che giunge alle sue conclusioni per via scientista, non per credo politico (come fu del marxismo), né per agnosticismo, né per scetticismo metodico, ma per la persuasione di aver trovato nel pensiero scientifico la chiave di lettura dell’essere. Qui opera un’ignoranza profonda, radicata nei principî stessi del ragionare e perpetuata nelle sue procedure. Tale fallacia, purtroppo, è insita nel modo in cui oggi si insegna il pensiero scientifico, che ha dimenticato i presupposti filosofici da cui pure è nato. Questa svista ha colpito anche figure illustri della scienza: penso a Piergiorgio Odifreddi, il quale ha fatto della battaglia anti-religiosa un programma esplicito, militante e provocatorio, sì da tradire, a mio sentire, lo stesso rigore matematico in nome del quale pretendeva di parlare; penso, con tutt’altro sentimento, a una scienziata della statura di Margherita Hack, la quale, pur impeccabile nella propria disciplina, non ha sempre saputo sottrarsi a quella confusione, ogniqualvolta si è spinta a parlare di ciò che il suo sapere non poteva attingere da sé stesso in maniera autoreferenziale. L’uno e l’altra, ciascuno a suo modo, hanno dimenticato non soltanto la lezione galileiana, ma persino quei presupposti che si leggono in qualunque manuale di fisica per licei. Ricordo bene che fin dai miei primi anni di studio appresi che la scienza misura i fenomeni, non spiega ciò che sta al loro fondamento essenziale. Ne consegue, Adriano, che il tuo scritto non avrà mai la meglio nel confronto con un ateo, fosse pure il più pacato e disposto al dialogo, né lo convertirà; né, lasciamelo dire senza giri di parole, varrà a fargli volgere la mente verso una prospettiva più aperta. Mai, in nessuna misura.

E allora a cosa gioverà il tuo scritto? O, piuttosto, a chi? A chi, già assennato, possiede una base logica e filosofica salda, su cui poggiare per riflettere e approfondire, ovvero a chi abbia desiderio e buona predisposizione per acquisirla. Vengano dunque le provocazioni degli atei: saranno il seme che rinvigorisce le nostre più solide ricerche.

Ho apprezzato, ti dicevo, il tuo scritto e il precedente non meno di questo. Sono persuaso che entrambi possano essere l’inizio di un’indagine più ampia, in vista di una visione della fede cristiana rinnovata e all’altezza dei tempi, alla luce delle recenti conquiste umane in ambito cosmologico, aspetto che costituisce una lacuna sostanziale della teologia odierna, che, dunque, abbisognerebbe di un concreto aggiornamento per rispondere alle domande dei credenti, molte delle quali restano oggi senza risposta.

Uno sviluppo possibile, mi pare, sarebbe questo: rinforzare le tesi che hai esposto mettendole in dialogo con alcune acquisizioni e ipotesi della scienza contemporanea. La meccanica quantistica, con la non-località ormai sperimentalmente accertata, ha mostrato che la categoria di «luogo», su cui poggia gran parte dell’obiezione materialista alla presenza eucaristica, non è costitutiva della realtà fisica come il senso comune presume. La teoria delle stringhe, dal canto suo, pur restando un programma di ricerca non ancora confermato, ha almeno reso matematicamente concepibile una struttura del reale dimensionalmente più ricca di quella che i nostri sensi attingono.

Non vi cercheremo, beninteso, una dimostrazione dei dogmi: sarebbe ingenuità non meno grave di quella che combattiamo. Al contrario, detti modelli ci consentiranno uno sgombero del campo: la prova che il pregiudizio scientista, il quale identifica il reale con il sensibilmente percepibile, è oggi smentito proprio dalla scienza che esso pretende di rappresentare. Tali acquisizioni potrebbero così affiancarsi, in funzione apologetica ed euristica, ai presupposti aristotelici e tomistici da te giustamente richiamati e sempre validi al livello metafisico che è loro proprio.

Ma occorrerebbe, su questo terreno, un approfondimento serio di tali discipline, per non cadere nella ciarlataneria di tanti operatori del cosiddetto new age, che le citano a sproposito e senza alcuna competenza, ricadendo così, paradossalmente, in quel medesimo bigottismo da cui noi vorremmo invece rifuggire. Occorre, in breve, una base logica, argomentativa ed epistemologica salda e inattaccabile.

Se vorrai intraprendere un cammino in tale direzione, mi trovi sin d’ora al tuo fianco: sia nel sostenerti, sia nel contribuire fattivamente con le mie modeste conoscenze. Sono consapevole che l’allusione che ho fatto pocanzi alla non-località quantistica e alla teoria delle stringhe potrebbe sembrarti sbrigativa e poiché tu stesso esigi a ragione rigore epistemologico, lasciami spendere ancora qualche riga per precisare lo stato dei due argomenti, perché di essi io distingua in modo netto la solidità.

La non-località è oggi un dato sperimentalmente accertato, non più un’ipotesi speculativa. Le disuguaglianze formulate da John Bell nel 1964 fornirono il criterio matematico per discriminare fra una descrizione della realtà fondata sul «realismo locale» (cioè sull’idea che i sistemi fisici possiedano proprietà definite indipendentemente dall’osservazione e che nessuna influenza viaggi più veloce della luce) e la previsione quantistica. Gli esperimenti di John Clauser nei primi anni Settanta, di Alain Aspect nel 1982 e di Anton Zeilinger fra gli anni Novanta e Duemila hanno via via chiuso le possibili scappatoie sperimentali e mostrato, con margini di confidenza statistica altissimi, che le disuguaglianze di Bell sono violate. Per questi lavori i tre scienziati hanno ricevuto il Premio Nobel per la Fisica nel 2022.

La conclusione filosofica è netta: la concezione classica della realtà fisica, quella secondo cui ogni cosa possiede proprietà definite in un luogo definito e nulla agisce a distanza senza un tramite locale, è incompatibile con i risultati sperimentali. Se ne può uscire in due modi: o rinunciando al «realismo», cioè all’idea che le proprietà esistano prima della misurazione, o rinunciando alla «località», cioè all’idea che i sistemi separati nello spazio siano causalmente indipendenti. Lo stesso Aspect, in una sua confessione, dichiara di propendere per la rinuncia alla località e di trovare la nozione di non-località una guida utile alla propria intuizione fisica. Zeilinger, più cauto, preferisce dire che la natura non è descrivibile in termini di proprietà locali nel senso di Bell, senza tuttavia spingersi sino ad affermare che essa sia «non-locale».

Comunque si voglia interpretare il dato, la conclusione di rilievo per noi è una sola e robusta: la categoria di luogo, su cui riposa l’obiezione materialista all’Eucaristia e alla presenza simultanea del corpo glorioso in più frammenti del pane consacrato, non è una proprietà costitutiva della realtà fisica come il senso comune presume. La tua argomentazione tomista sulla praesentia per modum substantiae (distinta dalla praesentia localis) non chiede, sotto il profilo fisico, nulla di più di ciò che la stessa fisica sperimentale ammette già da quarant’anni nel proprio recinto disciplinare. Non si tratta, beninteso, di assimilare i due piani, ma di osservare che il muro epistemologico contro cui il materialista vorrebbe schiantarci è caduto, per mano sua stessa, da gran tempo.

Aggiungerei che anche la teoria quantistica dei campi, che è oggi la cornice in cui la fisica delle particelle si descrive, ha mostrato come le «particelle elementari» non siano affatto «mattoncini» localizzati, bensì eccitazioni di campi che permeano lo spazio: la metafisica del Lego è già stata abbandonata dai fisici stessi, e gli unici a non essersene accorti sono i militanti del web di cui parli nel tuo articolo.

Diversa, va detto con chiarezza, è la posizione della teoria delle stringhe. Essa è un programma di ricerca matematicamente sofisticato, che da circa cinquant’anni tenta di unificare la meccanica quantistica e la relatività generale, postulando che le entità fondamentali della natura non siano puntiformi, ma siano «corde» vibranti in uno spaziotempo a dieci o undici dimensioni, di cui sei o sette sarebbero compattificate a scale tanto piccole da risultare inaccessibili alla nostra esperienza ordinaria.

A oggi, però, la teoria delle stringhe non ha prodotto alcuna previsione sperimentalmente verificata che la distingua dalle teorie concorrenti, né l’acceleratore LHC del CERN ha trovato evidenze delle particelle supersimmetriche che alcune delle sue versioni richiedevano. Inoltre, nella comunità dei fisici voci autorevoli come Lee Smolin, Peter Woit e Sabine Hossenfelder denunciano da anni la sua incapacità strutturale di formulare predizioni falsificabili, condizione che, dai tempi di Popper, è il discrimine fra una teoria scientifica e un esercizio di matematica applicata. Il cosiddetto landscape problem, cioè l’esistenza nella teoria di un numero astronomico di soluzioni egualmente coerenti dal punto di vista matematico, le impedisce di selezionare il nostro universo specifico fra le innumerevoli possibilità.

Sarebbe dunque imprudenza grave appoggiare alla teoria delle stringhe un argomento teologico, come se essa fornisse una conferma fisica di alcunché. Ciò non toglie, però, che essa abbia un valore, limitato ma reale, sul piano della concepibilità: ha mostrato che è matematicamente coerente, dunque pensabile senza contraddizione, un universo in cui esistano dimensioni della realtà fisica non immediatamente accessibili ai nostri sensi. Anche se la teoria delle stringhe non fosse, alla fine, la teoria fisica corretta (e nessuno oggi può dirlo con certezza!), essa avrà comunque adempiuto, sul piano filosofico, una funzione preziosa: aver dimostrato che il dogma materialista secondo cui «reale è solo ciò che cade sotto i nostri sensi in quattro dimensioni» è esso stesso una posizione metafisica e non scientifica.

In altre parole: ciò che dobbiamo prendere dalla teoria delle stringhe non è una sua «conferma» dei nostri dogmi, il che sarebbe concordismo, ma il suo statuto di modello di possibilità. Essa è, per usare un’espressione kantiana che ti sarà familiare, un uso regolativo e non costitutivo dell’idea di dimensioni ulteriori. Ti chiedo dunque, se vorrai impegnarti su questa strada, di non lasciarti tentare da quei testi divulgativi che vendono la fisica moderna come «conferma» del misticismo, dell’olismo, del karma, della reincarnazione e di tante altre amenità para-orientali. Non sono saggi seri: sono il rovescio speculare del riduzionismo materialista, la stessa cattiva filosofia, vestita d’altri panni. Cercheremo invece autori che la fisica la padroneggiano davvero e che la sanno far dialogare con la teologia senza confondere i due piani.

Penso anzitutto a John Polkinghorne, fisico delle particelle a Cambridge e poi teologo anglicano, le cui opere sull’epistemologia della fisica e sull’azione divina nel cosmo restano un punto di riferimento ineludibile; penso anche a William Stoeger, gesuita e astrofisico al Vatican Observatory, che ha condotto per decenni il dialogo fra cosmologia contemporanea e teologia con sobrietà esemplare; annovererei, sia pure con maggior prudenza, anche Carlo Rovelli, che va letto con discernimento: è utilissimo il suo contributo nei libri di taglio fisico, come La realtà non è come ci appare e Helgoland, dove espone la propria interpretazione relazionale della meccanica quantistica e, indirettamente, demolisce il «materialismo del Lego» da un’altra angolatura; risulta più scivoloso, invece, quando esonda nella filosofia generale verso un antirealismo che è quanto di più lontano possa esserci dalla nostra visione.

Per il versante più strettamente cattolico, restano fondamentali gli scritti di Stanley Jaki, che ha dimostrato come la nascita stessa della scienza moderna sia debitrice della metafisica cristiana della creazione. Segnalerei infine Marco Bersanelli, ordinario di Astrofisica alla Statale di Milano e fra i principali responsabili scientifici della missione spaziale Planck dell’ESA: il suo Solo lo stupore conosce, scritto con Mario Gargantini (Rizzoli, 2003), resta un’introduzione di limpida onestà al rapporto fra cosmologia osservativa e domanda di senso e dovrebbe figurare in cima a una lista di letture su questi temi profondi.

Se vorrai, in un prossimo incontro epistolare potrò entrare nel merito di singoli e specifici aspetti per cominciare un’indagine in tale direzione. Per ora basti questo scritto a darti la misura di un lavoro che si potrebbe intraprendere, e, spero, a confermare che la mia non è vuota cortesia, ma un proposito che avevo già cominciato a definire prima ancora di sapere come dartene notizia.

vale

Antonio Bronzini

[1]  https://www.adrianovirgili.it/il-realismo-della-risurrezione-e-i-limiti-del-riduzionismo-contemporaneo/[2]  https://www.adrianovirgili.it/un-corpo-oltre-lo-spaziotempo-la-risurrezione-di-cristo-tra-cosmologia-moderna-e-metafisica/