Perché una riflessione vale dieci like e un selfie ne vale tremila?

Da studente spedivo i miei scritti per posta, attendendo lettere di risposta. Oggi pubblico su Facebook e mi chiedo perché una riflessione meditata strappi pochi like, mentre un selfie ne raccolga migliaia. Un'indagine su impulso e pensiero, e un invito ad aprire, fuori dal flusso, un "luogo lento".

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Perché una riflessione vale dieci like e un selfie ne vale tremila?
il "peso" dei like

Da studente, nei primi anni Novanta, raccoglievo ogni anno i miei scritti in un album. Stampavo una ventina di copie e le spedivo per posta ai miei migliori amici, comprando buste e francobolli con i pochi risparmi che avevo da parte. Attendevo per giorni con ansiale loro lettere di risposta. Le email non esistevano ancora. I loro commenti cartacei mi bastavano, mi riempivano di gioia anche quando, lungi dall'essere lusinghieri, si facevano critici. Non avevo ambizione di pubblicare con una casa editrice nazionale, né sognavo grandi tirature: scrivere ed essere letto da chi mi conosceva era la sola mia soddisfazione.

Con l'avvento di Facebook ho iniziato a risparmiare toner e carta. I miei scritti arrivano direttamente agli amici e chi vuole risponde e commenta. Cosa chiedere di più? Ogni tanto pubblico un post, di certo non un capolavoro, ma qualcosa in cui pongo una riflessione, un punto di vista, un'osservazione sul mondo, sulla cultura, sulla politica, sulla vita quotidiana. Il risultato è prevedibile, talvolta qualcuno commenta con attenzione, talaltra il post scivola via come se mai fosse esistito.

Quando invece sento di aver toccato un punto giusto, di aver trovato una formulazione efficace, posso attingere a un discreto numero di like e confesso che me ne compiaccio, non già perché io viva di approvazione social, ma perché un segnale di attenzione fa sempre piacere. È umano, chi scrive in pubblico non scrive nel vuoto, ma spera che qualcuno raccolga il filo. Vi sono poi le rare eccezioni in cui il post intercetta un evento di cronaca, commemora una persona in modo originale e toccante, ovvero contiene una riflessione intima, quasi un piccolo outing personale. In quei casi si compie il miracolo. Ricevo centinaia di like e mi dico: ecco, questa volta il post ha funzionato sul serio, ha raggiunto la gente!

Poi mi capita di aprire Facebook e di scorgervi una ragazza qualsiasi, un'adolescente che pubblica un selfie su una spiaggia qualsiasi: né una diva del cinema, né una fotomodella, ma una foto normale, in un contesto normale. Eppure, in mezza giornata, riscuote due o tremila like. Oppure vedo un'amica pubblicare una frase pseudo-sapienziale attribuita a Confucio, a Buddha, a qualche anonimo maestro orientale: «Vivi sereno e non badare a ciò che dicono gli altri», «Sii te stesso e il mondo ti sorriderà». Una caramella emotiva, un pensierino da bigliettino dei Baci Perugina, che tuttavia diventa un post da centinaia di condivisioni.

A quel punto, lo ammetto, mi cadono le braccia. Eppure non si tratta di invidia, sarebbe troppo facile liquidare la faccenda così. Il punto è un altro, più interessante e più amaro: ciò che accade sui social ha pochissimo a che vedere con la qualità del contenuto. Il like misura la facilità, piuttosto che il valore. Una riflessione richiede attenzione: bisogna fermarsi, seguire un ragionamento, accettare di sospendere il proprio assenso, concedere al testo qualche minuto in più. Bisogna entrare in una prospettiva, riflettere su un punto di vista spesso nuovo, diverso dal proprio.

Un selfie, invece, si consuma in mezzo secondo: lo guardi, reagisci, metti un like. Non c'è nulla da capire, nulla da interpretare. L'immagine arriva prima del pensiero e spesso lo scavalca. Lo stesso vale per la massima, l'ipse dixit da social network: è perfetta proprio perché non chiede nulla, non problematizza, non costringe a pensare. Offre una piccola gratificazione emotiva già pronta, ti fa sentire saggio senza alcuno sforzo. Ti permette di condividere un'identità morale minima: «credo nell'amore», «io scelgo la luce», «vivi come ti pare e non pensare agli altri». Tutto è semplice, tutto immediato, tutto condivisibile.

Più un contenuto è immediato, più funziona; più un contenuto è denso, meno viene premiato. Ciò non perché valga meno, anzi, sovente è proprio il contrario, ha meno like perché ha più peso. C'è poi un fattore scomodo da dire, tuttavia fingere che non esista sarebbe ipocrita: sui social la giovinezza percepita è una valuta. Sgradevole a riconoscersi, ma è così. Funziona altresì quando la bellezza sia normalissima, perfino modesta. Non si ricerca la perfezione estetica, il mito neoclassico del sublime, né tanto meno lo stimolo al ragionamento e alla meditazione: si cerca la disponibilità immediata dell'immagine e la sua attitudine a suscitare una risposta rapida.

Il pensiero, invece, è più lento e sui social la lentezza è una colpa. Una riflessione può generare consenso, ma anche disagio. Può chiedere al lettore di fare i conti con sé stesso, con le proprie idee, con le proprie contraddizioni, e tutto ciò penalizza. Molti rinunciano a mettere un like a un testo intelligente, non già per scarso apprezzamento, ma perché non sanno dove collocarsi. Dovrebbero leggerlo, comprenderlo, decidere se aderire o rifiutare. Talvolta lo trovano stimolante, eppure non abbastanza da reagire all'istante, sicché passano oltre per «economia mentale». La piattaforma, del resto, è abilmente costruita per sfavorire la meditazione e produrre reazioni rapide, misurabili, ripetibili. Il like è soltanto il gesto minimo e sintomatico di questa economia dell'impulso. Come moneta di misero conio, vale poco e circola con facilità.

A tutto ciò si aggiunge la cosiddetta «dinamica del branco». Un post che parte forte per tempismo, rete sociale, presunta sensualità ovvero per puro caso, entra in un circuito che si autoalimenta: il like genera visibilità, la visibilità genera altri like, e così via, per effetto valanga. A quel punto non conta più ciò che il post è, ma ciò che il post sta diventando agli occhi degli altri. Un selfie ha probabilità incomparabilmente maggiori di innescare il meccanismo rispetto a un testo articolato. Una frase banale, un luogo comune, un proverbio attribuito a un autore del passato senza menzione di fonte né di contesto, sono contenuti veloci, leggeri, fatti per circolare. Un pensiero autentico, invece, fa attrito, ma proprio per questo ha valore.

Allora devo rammentare a me stesso un punto fermo: non sto giocando allo stesso gioco. Uso la medesima piattaforma, eppure non produco lo stesso tipo di contenuto. Per scrivere una poesia mi occorrono giorni, per un raccontino intere settimane, esercitando come un artigiano il labor limae: la scelta del termine migliore per ogni verso, per ogni frase, acciocché tutto fluisca meglio a chi legge. Aspiro a produrre qualcosa che abbia identità, piuttosto che a confezionare pillole emotive per il consumo rapido. Sarebbe falso dire che i like non mi interessino. Chi dicesse di pubblicare senza alcun desiderio di essere letto, mentirebbe. Se pubblico, desidero essere letto. Tuttavia il numero dei like misura l'omologazione al meccanismo della piattaforma, mai la durata dell'effetto sul lettore: vi sono post da dieci like che restano in mente per giorni e post da tremila like che dopo dieci secondi sono evaporati.

Sarebbe peraltro moralismo spicciolo disprezzare chi pubblica selfie o massime proverbiali. Ciascuno usa i social come gli aggrada, per mostrarsi, per giocare, per sentirsi visto, per cercare conferme. Il problema sorge quando si comincia a credere che il contenuto più premiato sia automaticamente il contenuto più importante. Esistono due ecosistemi distinti, che sulla medesima piattaforma convivono senza tuttavia obbedire alle stesse regole: da un lato il social superficiale, che eroga gratificazione immediata; dall'altro il contenuto pensato, che richiede lentezza, attenzione, riflessione. Il primo vince in termini numerici, il secondo lascia un segno più profondo.

A dirla con franchezza, io sto facendo lavoro culturale entro una piattaforma costruita per la reazione istintiva. È dunque naturale che il sistema non mi favorisca, ma proprio per questo, quando una mia riflessione riesce comunque a circolare, significa che, almeno per un istante, il pensiero ha bucato il sistema. In una macchina progettata per premiare l'impulso, qualcosa di più profondo è riuscito a farsi strada e ad attecchire. I pochi follower che mi apprezzano valgono allora come il segno raro di una resistenza.

Per questi pochi, per i venticinque lettori che Manzoni si augurava e che a me bastano, apro oggi Quaderni e marginalia. Sarà un luogo lento, fuori dal flusso della società liquida. Sarà un luogo in cui un pensiero non dovrà competere con una foto di gattini per esistere. Sarà la nostalgica dimensione in cui tornano a essere stampati gli album che da studente spedivo per posta, ancorché questa volta senza francobolli e su carta che non si tocca.

Chi vorrà, leggerà.

Benvenuti