Pivoli e anzianissimi

Al Morosini di Venezia gli allievi del primo anno erano «pivoli», i più grandi «anzianissimi». Ma la vita ci ricaccia senza posa nella condizione di pivoli: una spivolatura che non finisce mai. Esiste un modo per diventare, almeno in parte, anzianissimi dell’esistenza?

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Pivoli e anzianissimi

Sul finire degli anni Novanta frequentai il Morosini, a Venezia. Per chi lo ignorasse, si tratta di una scuola della Marina Militare Italiana, già Collegio Navale, di antica tradizione, votata a formare i giovani e a indirizzarli, secondo l’inclinazione di ciascuno, vuoi alla carriera delle armi, vuoi all’affermazione in una libera professione. Vi regnava un clima quasi magico; il ritmo delle giornate era scandito da tradizioni e da rituali, fra i quali si annoverava la cosiddetta «spivolatura».

Gli allievi del primo anno venivano chiamati «pivoli», ossia pivelli: inesperti, ingenui, impacciati. Al secondo anno si diventava anziani, anzi «divini anziani». Al terzo si era anzianissimi, ovvero «divinissimi anzianissimi», e si viveva, per usare la formula consacrata, «in Olimpo, su un piedistallo di cristallo». E l’Olimpo, in effetti, esisteva: così si chiamava l’appartamento degli anzianissimi, situato all’ultimo piano dell’istituto e precluso ai pivoli. Lassù, in luogo delle classiche camerate militari, si trovavano camerette da quattro posti letto, fornite d’ogni comodità. Accedere all’Olimpo era una conquista, il termine di una via quasi ascetica che prendeva avvio dalla rigida disciplina e dai sacrifici del primo anno.

Oggi le cose sono mutate. L’edificio, interamente ristrutturato, si presenta quasi come un college all’americana; le camerette accolgono gli allievi sin dal primo anno e l’intero apparato di quelle antiche tradizioni risulta pressoché smantellato. Forse a buon diritto, ché i tempi sono altri e perpetuarle suonerebbe anacronistico.

La spivolatura, dicevo, designava il periodo iniziale, protratto sino alla festa di Santa Barbara, il quattro dicembre. Durante quei mesi i pivoli subivano alcuni scherzi da parte degli anziani, sotto la vigile supervisione degli anzianissimi. Nulla che avesse a che vedere con il nonnismo, come molti credono e come, purtroppo, è accaduto in altre strutture militari, bensì scherzi goliardici, intesi a “risvegliare” il pivolo dal torpore delle abitudini e dalle ingenuità accumulate negli anni di una preadolescenza trascorsa fra gli agi della vita familiare. Sovente si trattava di vere e proprie prove di coraggio, dalle quali si usciva come da un cammino iniziatico. L’anzianissimo, insomma, era colui che, avendo più vissuto ed esperito, guardava con un’aria di sufficienza cose e situazioni capaci di destare nel pivolo timore e insicurezza.

Qualcosa di simile accade nella vita. Chi è anziano si mostra più smaliziato dinanzi a vicissitudini d’ogni sorta, esperienze pratiche, sentimentali, economiche, e sa giudicarle con oggettività, sa come risolverle, sa come venirne a capo; chi è pivolo, invece, guarda i problemi dal basso, se ne sente travolto e rimane immobilizzato là dove un anzianissimo sorriderebbe con indulgenza.

Se ripensiamo a tanti momenti del nostro passato, quante volte ci sorprendiamo a mormorare: «quant’ero ingenuo, quanta paura per nulla, quanta apprensione per cose delle quali oggi non posso che ridere». Sostenemmo l’esame di maturità tesi e agitati, salvo giudicarlo poi poca cosa dinanzi agli esami universitari; questi, a loro volta, parvero una bazzecola al cospetto dei concorsi affrontati in seguito; e finanche i concorsi sbiadivano dinanzi alle prove più ardue che la vita ci avrebbe riservato.

Tale legge trascende il dominio degli esami e delle prove, per estendersi a tutte le situazioni esistenziali. Quanto penammo per una cotta adolescenziale e quanto risibile ci parve poi quel medesimo patimento, allorché ci trovammo alle prese con talune quotidiane incomprensioni della vita coniugale. Tutto ciò, peraltro, è nell’ordine delle cose: la vita ha i suoi ritmi e i suoi tempi ed è giusto che ciascuno viva ogni stagione con le emozioni e l’intensità che quella fase richiede.

Un uomo molto anziano, un ultranovantenne, osserva con distacco quanto i giovani vivono nell’ansia; lo osserva, certo, con nostalgia, ma senza più esserne avvinto. «Se potessi tornare indietro», ci ripetiamo, «affronterei questa e quella prova senza affanno». Ma il nocciolo è un altro: certamente non vorremmo tornare indietro ripartendo da zero; vorremmo semmai tornare al passato recando con noi la consapevolezza e gli strumenti maturati nel futuro, la qual cosa è impossibile.

La vita ci ha consegnato un cammino unidirezionale, fatto di una “spivolatura” continua e reiterata. Da pivoli non si diviene anzianissimi una volta per tutte; piuttosto, in modo ricorsivo, si torna sempre ad essere pivoli. La spivolatura della vita, meno goliardica e assai più dolorosa, ce la infliggono gli esami, i coniugi, gli amici, i figli, le malattie, i datori di lavoro e tutte le circostanze che di volta in volta siamo chiamati ad affrontare.

Eppure una via d’uscita forse esiste, sia pure parziale e mai del tutto risolutiva. Allorché ci troviamo dinanzi a una situazione nuova e inattesa, possiamo tentare una προαίρεσις. Il vocabolo designa la capacità tutta umana di scelta consapevole e deliberata. In Aristotele è la «scelta preferenziale», il processo razionale che conduce all’azione dopo aver vagliato i mezzi più acconci a un fine; per lo stoico Epitteto, la προαίρεσις rappresenta la facoltà razionale e morale più profonda dell’essere umano, il centro di comando interiore con cui attribuiamo significato agli eventi, governiamo le nostre reazioni e determiniamo la nostra libertà.

Nella sua versione più spicciola, la προαίρεσις può tradursi in un esercizio di proiezione: come agirei, come giudicherei questa medesima situazione fra dieci anni? È esercizio facile a dirsi, arduo a farsi e per giunta malsicuro, poiché tanta è l’astrazione che esso esige, quanta la possibilità di distorsione cui per ciò stesso si espone. Esiste tuttavia una forma di προαίρεσις più moderata e di riscontro più concreto, una vera e propria tecnica che trova impiego anche nella psicologia metacognitiva post-razionalista a fini terapeutici. Essa consiste nel vivere mentalmente, in un momento di meditazione cosciente, la situazione che ci attende, visualizzandola però non come se fosse trascorsa da anni, secondo quella più ardua astrazione poco fa descritta, bensì come se stessimo per affrontarla adesso, nell’imminenza. In un certo senso, si tratta di anticipare un’esperienza, per poi vagliare e provare a sciogliere le difficoltà che vi avremo incontrato.

Gli antichi, del resto, conoscevano già un esercizio non dissimile, quella praemeditatio futurorum malorum con cui lo stoico si raffigurava per tempo le avversità, così da non esserne colto impreparato; la tecnica metacognitiva non fa che riproporne, in veste odierna e depurata d’ogni intento di rassegnazione, l’intuizione di fondo.

Potrebbe essere questo il modo di diventare “anzianissimi della vita”, affrontando le cose come già in parte vissute e meditate, senza per ciò smarrire l’emozione genuina e positiva che pur sempre affiora nell’istante in cui l’esperienza, da rappresentata, si fa reale. Sarebbe, a ben vedere, una conquista esistenziale di non poco conto: diventare, finalmente, anzianissimi della vita.