Quando la classe non raggiunge la sufficienza
Quando l'intera classe non raggiunge la sufficienza, annullare la verifica è una scelta di comodo. Il fallimento non è solo degli alunni o del metodo: è anzitutto del «rapport» che non si è instaurato fra cattedra e banco, ed è su quello che occorre tornare a lavorare.
Vi sono momenti, nella vita scolastica, in cui il responso di una verifica si rovescia in un piccolo verdetto collettivo: nessun alunno, o quasi nessuno, ha raggiunto la sufficienza. È a quel punto che si misura la statura di un docente, poiché la tentazione più immediata, e per ciò stesso più insidiosa, consiste nell’annullare la prova, come se a essere sbagliato fosse l’esame e non altro. Eppure proprio qui, in questo gesto apparentemente clemente, si annida un equivoco che vorrei provare a sciogliere.
Quando un’intera classe fallisce, l’insegnante ha il dovere di interrogarsi sull’efficacia del proprio metodo. La proposizione, così formulata, parrebbe ovvia, tuttavia la sua applicazione concreta è tutt’altro che pacifica, giacché si presta a due derive simmetriche e parimenti sterili. Da un lato la tentazione di imputare ogni cosa all’impreparazione degli alunni, scaricando sul banco la totalità della colpa, dall’altro, all’opposto, la mortificazione di chi giudica del tutto vano il proprio insegnamento, quasi che la cattedra non avesse trasmesso nulla. Né l’una né l’altra postura colgono il vero, che risiede, come spesso accade, in una zona intermedia e meno comoda.
Per quanto mi riguarda, la verifica deve rimanere agli atti. Deve restare, cioè, come testimonianza di un incidente di percorso didattico, e propriamente di un percorso nel quale ambo le parti recano il proprio margine di corresponsabilità. Tale corresponsabilità rinvia quasi sempre a una duplice mancanza: una comunicazione dei contenuti che non è giunta a destinazione e una ricezione che non si è compiuta. Il messaggio, per dirla altrimenti, si è smarrito nel tragitto fra chi insegna e chi apprende.
Si badi che la responsabilità, anche là dove la metodologia adottata si riveli effettivamente inadeguata, non grava per intero sul docente. La classe, infatti, può aver peccato per difetto di riscontro, ossia per quell’assenza di un feedback esplicitamente comunicato che sola consentirebbe all’insegnante di correggere la rotta in tempo utile. D’altronde, e qui occorre franchezza, molto spesso siamo noi insegnanti a precludere in radice tale riscontro: boriosi e arroganti, non concediamo allo studente la lecita emissione di quel segnale, sicché la comunicazione resta a senso unico e il fraintendimento si perpetua indisturbato.
Trattandosi di due variabili abbastanza complesse da gestire, il discorso si fa articolato e mal sopporta le sentenze sommarie: andrebbe pertanto valutato caso per caso, con discernimento, secondo le circostanze concrete di ciascuna classe e di ciascuna materia.
Resta nondimeno un punto sul quale non sono disposto a transigere. Annullare la verifica è una scelta di comodo, forse codarda, e direi finanche “borghese”, nel senso che assomiglia da vicino al gesto di chi mette la testa sotto la sabbia come lo struzzo: io insegnante salvo la faccia, gli alunni salvano la media, e occhio non vede cuore non duole. La pace così conseguita è una pace falsa, comprata al prezzo della verità.
Una verifica fallita, al contrario, è un fallimento del metodo nel suo insieme: della classe che non riesce a recepire, del professore che non riesce a insegnare e, soprattutto, del «rapport» che non si è instaurato fra gli uni e l’altro. Su questo «rapport» occorre lavorare nei periodi successivi, prima ancora che sulla colpa degli alunni svogliati o sull’inadeguatezza didattica del docente, senza per ciò escludere la concomitanza di entrambe le dimensioni. La relazione viene prima del rimprovero, poiché senza relazione nessun contenuto attecchisce.